L’intervista

Orcel:«UniCredit, oggi non vedo le condizioni per l’M&A»

Il ceo: «I target viaggiano a prezzi frutto di elevata speculazione. Guardiamo oltre i risultati straordinari di oggi: vogliamo farci trovare pronti quando l’euforia dei tassi sarà finita»

Andrea Orcel, classe 1963, è amministratore delegato di UniCredit dall'aprile 2021

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«Una banca è come un transatlantico: se non inizi a virare un miglio prima dell'iceberg che vedi davanti, ci finisci sicuramente contro. Ecco perché ciò che stiamo facendo oggi in UniCredit è guardare oltre i risultati straordinari di oggi: vogliamo farci trovare pronti nel 2024 e 2025, quando questa euforia dei tassi alti sarà passata. A quel punto si vedranno le differenze tra le banche che hanno fatto bene e chi no, tra chi ha un modello sostenibile e chi no. E se ci mettiamo in questa prospettiva allora potrebbe essere anche più facile ragionare in un'ottica M&A».

Andrea Orcel, nel suo quartiere generale al 28esimo piano del grattacielo di piazza Gae Aulenti, ha appena concluso il suo round di presentazione agli analisti della prima trimestrale 2023, che poggia su un set di risultati che consentono di alzare la guidance sull'utile 2023 a 6,5 miliardi inclusi i costi di ristrutturazione dai circa 5,6 miliardi precedenti. Numeri che se da una parte gli fanno parlare di «trimestre record», dall'altra parte non gli impediscono di riconoscere che per «mantenere la posizione di forza serve subito muoversi d'anticipo». Senza «escludere nulla» sul fronte dell M&A, da BancoBpm a Mps, o alla Germania, con Commerzbank: tutte ipotesi che «oggi non esistono perché non ci sono le condizioni. Quindi meglio proseguire da soli e con il buyback».

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Partiamo dai conti. Unicredit sta beneficiando di un macroeconomico favorevole ma i tassi alti non dureranno all'infinito. C'è lo spazio per rendere sostenibili in prospettiva i risultati di questo trimestre e del 2023?

Per i risultati straordinari che contiamo di realizzare nel 2023 abbiamo messo le basi nel 2022 e nel 2021. I tassi sono un elemento esogeno, migliore di quello che ci aspettavamo, e il pass through dei tassi sui depositi è contenuto perché le nostre persone sono bravissime a gestirlo. I costi bassi invece sono il frutto delle iniziative dello scorso anno, quando nessuno ci pensava. Oggi UniCredit è l'unica tra le grandi banche europee al momento ad avere efficienze maggiori dello scorso anno, nonostante l'inflazione. Ma se è così è perché ci siamo mossi d'anticipo, mettendo in atto le giuste iniziative già dalla scorsa estate, quando eravamo già focalizzati sulle condizioni macro future. Ecco perché, analogamente, oggi già lavoriamo in ottica 2024 e 2025, e mettiamo in atto tutte le iniziative che gradualmente rilasceranno il loro valore nel tempo.

Ad esempio?
La definizione di una strategia sul fronte dei pagamenti, su cui conto di prendere una decisione già entro l'estate, è solo un esempio delle tante mosse che abbiamo in mente. Tutto il nostro impegno è teso ad affrontare la fase post caro-tassi, quando i ricavi da margine di interesse saranno scesi e i costi saranno diventati più elevati, visto che il costo dei depositi e il costo del rischio saranno inevitabilmente più alti. Se ci sbagliamo in questa previsione, vuol dire che faremo molto meglio in termini di risultati, se invece abbiamo ragione gli altri faranno molto peggio.

C'è però un tema di modello di business: UniCredit è una banca con meno fabbriche prodotto, complici le scelte di gestioni precedenti. La sfida non è banale.

Dal nostro modello abbiamo vantaggi e svantaggi. L'aspetto negativo è che siamo una banca complessa perché attiva in 13 paesi europei, quindi è difficile fare economia di scala e di scopo. Quello positivo è che siamo un gruppo integrato, che può fare le cose veloci e garantendosi margini migliori. La mia strategia è di agire sul livello di complessità del gruppo, per portarlo a quello di una banca mono Paese: riuscirci al 100% è difficile ma se già riuscissimo a farlo in gran parte sarebbe un grande risultato per UniCredit.

Le crisi tra le banche Usa sembra non arrestarsi. Quello delle banche regionali americane sembra un sistema vulnerabile, stretto tra crisi immobiliare e portafogli obbligazionari sbilanciati. Siamo di fronte a nuovo 2008 al rallentatore?
Difficile dirlo, certo che la situazione è molto diversa da allora. Oggi abbiamo un mix di deglobalizzazione, frammentazione geopolitica, un ridisegno delle catene di valore, il tutto combinato a un passaggio da una fase di liquidità super abbondante a costo zero a una fase di stretta monetaria, con un costo del denaro tornato in territorio positivo. Tutti questi fattori, che si muovono insieme, creano stress. E ciò è avvenuto soprattutto negli Usa, dove c'è stata una deregulation per le banche di dimensioni più contenute. Se a questo si aggiunge l'elemento di alcune gestioni manageriali poco prudenti si capisce perché si crei il panico. E perché un problema relativo a un segmento del settore bancario anche se riguarda il mercato americano. In Europa il quadro è diverso: abbiamo Basilea 4, quindi pratiche manageriali poco prudenti sono impossibili; le banche sono più capitalizzate e più liquide; il costo del rischio è più contenuto. Certo che, poiché le crisi arrivano sempre da dove non lo si aspetta, la crisi americana ci deve rendere guardinghi e prudenti. Per questo motivo continuo a rafforzare il capitale e la liquidità e ad aumentare o gli accantonamenti: UniCredit deve essere percepita come la banca più solida.

Intanto l'Europa ha vissuto la crisi di Credit Suisse. Dall'aggregazione con Ubs possono essere liberati asset che potrebbero essere motivo di interesse per voi?
Non credo. I vertici di Ubs hanno detto chiaramente che si vogliono tenere tutto il perimetro. Quindi sarà difficile che arrivi qualcosa sul mercato.

Tornando alle vostre performance: la crescita del titolo UniCredit, che è più che raddoppiato nell'ultimo anno, è sotto gli occhi di tutti. Ma quanto può reggere questo trend di crescita in prospettiva?
Nel 2022 tutte le banche sono cresciute. Noi siamo saliti più della media del settore perché abbiamo convinto gli investitori che valeva puntare su di noi. Così come abbiamo convinto e coinvolto i colleghi e i clienti. Non siamo al punto di arrivo ma ci muoviamo nella direzione giusta. Se escludiamo gli effetti benefici dei tassi, il valore da trasformazione interna è ancora rilevante. E' chiaro che dopo il gran lavoro fatto nel 2021 e nel 2022, più si va avanti, più si ottimizza la macchina operativa e minori sono i margini di miglioramento, anche se più avanti ci potranno essere ulteriori opportunità di nuovi business che nel frattempo potranno essere valutate.

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Senza contare che diventa più complicato motivare la squadra a performare ancora, quando già si raggiungono e superano i target.
Ne sono perfettamente cosciente. Però io ci credo. Se continuiamo a correre, la contribuzione incrementale tende ad assottigliarsi ma dobbiamo essere comunque in grado di estrarre il valore organico.

Ovvio che, in questa prospettiva, una crescita per linee esterne sarebbe la mossa ideale. Il mercato se la attende, perché avete la forza patrimoniale e lei è considerato l'uomo giusto per fare queste cose, vista la sua expertise. Il mercato sbaglia o ha ragione?
Oggi UniCredit non ha bisogno di fare qualcosa a tutti i costi. Soprattutto se i target che sono nei paesi dove siamo già presenti viaggiano a un prezzo che esprime una speculazione elevata. Io ho una squadra che vaglia regolarmente le potenziali migliori transazioni in ognuno dei 13 mercati in cui ci troviamo. Conosco i deal che funzionano e li monitoro regolarmente, analizzo il valore che c'è e valuto se la controparte può essere interessata a fare qualcosa. Se la risposta a queste domande è positiva, bene. Se non lo è, non si fa. E oggi non lo è. Molti credono che l'M&A sia una profezia auto-avverante, e comprano le azioni delle banche target convinte che l'M&A accada, ma non sanno che così facendo perderanno molti soldi. Inoltre si parla molto di M&A focalizzandosi solo su operazioni di acquisto/fusione, quando ci possono essere partnership strutturate bene sul fronte delle fabbriche prodotto che possono creare maggior valore con minore impatto.

Sul mercato però si guarda a BancoBpm come la vostra preda ideale L'operazione è data quasi scontata. Lo stesso Fabrizio Palenzona, presidente di Fondazione Crt, vostro azionista e azionista del Banco, e suo grande estimatore, vede un “deficit” di UniCredit in Lombardia e una valenza strategica in una fusione con piazza Meda.
Ribadisco: UniCredit non ha una necessità strategica industriale per fare un'operazione simile ai valori attuali. I risultati del gruppo e dell'Italia nel gruppo dimostrano che cresciamo sotto il profilo reddituale e che continuiamo ad aumentare il valore generato. Inoltre abbiamo detto di voler crescere per qualità e redditività e di focalizzarci su prodotti e servizi ad alto valore aggiunto: tra questi prodotti e servizi ci sono asset management, assicurazioni, credito al consumo e pagamenti. Bisogna sempre valutare se le banche target hanno ceduto questi asset a terzi, anche in parte, e di conseguenza l'attrattiva inevitabilmente si riduce. In ogni caso, noi non guardiamo a un'operazione di consolidamento da oltre un anno (quando un leak fece saltare l'Opa su BancoBpm, ndr). E ripeto che se c'è l'opportunità e il senso finanziario bene. Altrimenti non si fa. Quando poi dall’altra parte c’è un management team, allora il processo è lungo, il costo del deal è alto e il premio deve salire: ma il rischio a quel punto che l'operazione continuerà a non funzionare.

Che cosa deve accadere perché i tempi per l'M&A diventino maturi? La futura discesa dei tassi potrebbe dare più visibilità nel vedere le differenze di valore tra le banche?
E' possibile. Supponiamo che alcuni target continuino a fare leva sui tassi e sull'appeal speculativo. E immaginiamo che però non stiano facendo il lavoro che stiamo facendo noi. Posta così, ha senso comprare i titoli di queste banche? I fattori che generano M&A sono costituiti dalla strategia industriale, dai valori contabili, e dalla disponibilità della controparte, che sia forzata o volontaria. Se guardiamo agli Usa ciò sta accadendo. In Europa no. Nel tempo vedo nel tempo la possibilità che ci sia una maggiore differenziazione tra banche che stanno lavorando bene e male e in quel momento le stelle potrebbero allinearsi: per quel che ci riguarda, se continueremo a fare execution e a generare il valore che promettiamo, non abbiamo ragione di tirare la corda e fare un'operazione di M&A a tutti i costi, e quindi non la faremo. Non fare e non distruggere valore è meglio che fare e distruggerlo.

Alle giuste condizioni, Mps può essere un'occasione di interesse?
Luigi Lovaglio sta facendo un buon lavoro di ristrutturazione con il pieno appoggio dell'azionista MEF.. Noi però in questo momento non stiamo esaminando il dossier.

Il buyback è quindi la strada maestra?
In questi due anni è stato molto più conveniente ricomprare le azioni UniCredit piuttosto che comprare le azioni altrui. Quando sono arrivato, a febbraio 2021, l'azione era a quota 7,42 euro e UniCredit valeva 17 miliardi. In quel momento era palese che fosse più sensato estrarre valore interno, che era tanto e inespresso. Oggi l'azione vale attorno ai 18 euro, capitalizziamo 35 miliardi: non abbiamo ancora espresso tutto il nostro valore perchè parte è frutto di variabili macro come i tassi e quindi c'è una parte sostanziale ancora da valorizzare. Se alla fine del percorso del piano UniCredit Unlocked, avremo dimostrato la nostra capacità di esecuzione, migliorato l'efficienza operativa e di capitale, con un modello best-in-class a quel punto, alle condizioni opportune, potremo replicare il nostro modello sulla macchina di qualcun altro.

In questi giorni sul mercato circolano ipotesi di una possibile extra tassa sui profitti bancari. È preoccupato?

Si tratta appunto di ipotesi, c'è una discussione in corso e vedremo dove condurrà. Certo non va dimenticato il ruolo sociale che svolgono le banche a supporto dell'economia e delle comunità del paese. In ogni caso non credo che sia giusto né probabile introdurre una tassa simile.

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