Ordini in frenata nelle fabbriche, l’industria finisce in rosso
Primo calo tendenziale della produzione dopo quasi tre anni. Pesa la caduta della domanda interna e il rallentamento del commercio internazionale. Giù nove settori su 13, tiene l’occupazione
di Luca Orlando
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L’ultimo segno meno su base annua si era concretizzato a fine 2020, nella traiettoria di uscita dal Covid.
Si ripropone ora in Lombardia nel terzo trimestre, all’interno di un quadro di complessiva debolezza della manifattura, regionale e non solo. Frenata, quella lombarda (-0,7% congiunturale, -1,5% annuo), preoccupante perché pervasiva e corale, visibile su più variabili, in numerosi settori, in più aree geografiche. Nel trend della produzione, anzitutto, dove i tassi di crescita del 2022, partiti su base tendenziale dal +10,7% del periodo gennaio-marzo al più modesto +2,7% di fine anno, proseguono nel percorso discendente, presentando infine per la prima volta da fine 2020 un dato negativo. Fermo a quota zero il fatturato, dopo aver vissuto un 2022 “drogato” dall’energia con listini in crescita a doppia cifra mentre in terreno negativo finiscono gli ordini, elemento ancora più preoccupante perché foriero di notizie non brillanti anche per il 2024: le commesse interne si riducono del 3,5%, quelle estere di quattro decimali.
Cambiamento di scenario ben visibile nella distribuzione di frequenze in termini di produzione: se un anno fa a segnalare una forte contrazione dei volumi erano poco più di un quarto delle aziende, ora siamo saliti al 39%; se in passato gli aumenti superiori al 5% coinvolgevano quasi la metà del campione ora siamo crollati ad un terzo.
A risentirne, nell’analisi di Unioncamere Lombardia, è evidentemente il tasso di utilizzo degli impianti, in discesa al 72,7%, con più di un comparto, tra cui chimica e tessile, ad essere al di sotto della soglia del 70% considerata “pericolosa”.
L’esito del dimagrimento del portafoglio ordini è nei giorni di produzione assicurata, che dopo aver toccato un picco di oltre 90 giorni scendono ora a quota 81.Tra le imprese si rafforza inoltre la sensazione di una contrazione non del tutto temporanea della domanda, ipotesi visibile nel peggioramento delle aspettative: il saldo tra ottimisti e pessimisti risulta sbilanciato a favore dei secondi per attese di output, fatturato, domanda estera e soprattutto interna. Unico segnale di “resistenza” è nel dato sull’occupazione, sempre l’ultima variabile a muoversi durante le inversioni del ciclo economico: qui la platea di chi si attende stabilità è particolarmente diffusa e sfiora l’80% del campione.


