L’intervista

«P é r o porta l’artigianalità dell’intera India nel mondo»

Intervista ad Aneeth Arora, fondatrice e direttrice creativa del marchio di abbigliamento di alta gamma «p é r o»

di Giulia Crivelli

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Stilista per caso – ammesso che la casualità esista – e oggi imprenditrice di successo, Aneeth Arora ha fondato il marchio «p é r o» nel 2009 e in meno di 15 anni lo ha fatto conoscere nel mondo seguendo un percorso del tutto anomalo nell’era del fast fashion e dell’accelerazione digitale di ogni processo della filiera e soprattutto della distribuzione e comunicazione.

P é r o non vende online, non ha monomarca (anche se Aneeth Arora sogna di aprire uno spazio a New Delhi che assomigli più a una galleria dell’artigianalità che a un negozio) ed è presente solo nei multimarca che hanno costruito la loro storia sulla ricerca e sulla fiducia della clientela, più che sulla notorietà (e attrattività) di grandi brand. Oggi p é r o (che in marwari, dialetto del Rajasthan, significa “abbigliarsi”) è venduto in circa 200 negozi di 30 Paesi tra i quali l’Italia, con la quale Aneeth Arora ha un legame molto forte. A Milano ad esempio il marchio si può trovare da Banner e Biffi, da Chicchi Ginepri, Imarika e Vanitas e una delle tante particolarità di p é r o è che nessuno ha esattamente lo stesso assortimento, anche perché ogni capo è, di fatto, un pezzo unico, un valore che spiega il posizionamento prezzo, nel segmento dell’alta gamma.

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Dalla sua nascita, p é r o non ha mai smesso di crescere. Quante persone lavorano per il marchio oggi?

Nella sede di Delhi sono 250, ma lavoriamo con artigiani di tutte le regioni dell’India. In qualsiasi momento dell’anno collaboriamo stabilmente con 150-200 ricamatori, 50-100 esperti di tecniche di uncinetto e maglia, 800-1000 tessitori e altri 250-300 artigiani specializzati in altre tecniche o produzioni, sia per lavorare i tessuti sia per arricchirli. Si trovano anche in località remote del nostro Paese, ma danno un contributo importante alla bellezza e qualità delle collezioni, che sono davvero un’opera corale.

In Italia e in Europa in generale, c’è paura di perdere il know how artigianale e sembra che i giovani non si appassionino a questi lavori. Succede anche in India?

Credo che se agli artigiani viene e verrà riconosciuto il valore del loro lavoro, socialmente ed economicamente, in modo che possano vivere in tranquillità, ci assicureremo la nascita e crescita di nuove generazioni di artigiani. Se i più giovani che già stanno facendo esperienza di questi lavori capiscono di poter garantire a sé stessi e alle loro famiglie una buona qualità di vita, proseguiranno con orgoglio e fiducia in quello che fanno e che sono. Personalmente non sono preoccupata, basandomi sulla mia esperienza: gli artigiani con i quali lavoriamo sono felici di poter garantire un futuro a saperi che si tramandano da tantissimi anni e sono altrettanto contenti di far parte di una rete di persone che si apprezzano e aiutano a vicenda, che dipendono le une dalle altre in senso positivo, perché imparano e scoprono continuamente nuovi modi di creare bellezza.

In tempi recenti grandi maison, penso in particolare a Dior grazie alla direttrice creativa Maria Grazia Chiuri, hanno reso omaggio all’artigianalità indiana. Ne è
felice o la considera appropriazione culturale?

Ne sono felice e orgogliosa! Se grandi brand internazionali studiano e lavorano con l’India e i suoi artigiani è un segnale positivo e se gli artigiani indiani ricevono questo “attestato” di risonanza mondiale avranno sempre più fiducia in sé stessi e saranno sempre più motivati a coltivare il loro know how, considerandolo un patrimonio da tutelare e passare alle nuove generazioni.

All’inizio le collezioni di abbigliamento e accessori p é r o erano solo femminili, poi si sono aggiunte le linee uomo e bambino. Oggi com’è la divisione?

La parte donna è la più importante, ma col tempo i confini tra abbigliamento femminile e maschile, in tutto il mondo, sono diventate più sfumate e abbiamo creato anche una collezione propriamente unisex. Negli ultimi due anni la parte bambino ha avuto molto successo e abbiamo deciso di introdurre la linea p é r o Doll, che non è legata ad alcuna stagione e può essere ordinata in qualsiasi momento dell’anno. Direi quindi che la divisione attuale è 60% donna, 10% unisex, 10% uomo e 20% bambino.

P é r o è sempre più conosciuto e apprezzato, nel 2019 è stato ospite speciale di Pitti, ma continua a sfilare alla Lakme fashion week di Mumbai. Teme di diventare a tutti gli effetti un marchio di moda?

Abbiamo sempre cercato di creare abiti e accessori che sono fuori dal tempo e che possono attrarre lo sguardo e l’interesse di tutti ed essere indossabili in qualsiasi momento dell’anno e, forse ancora più importante, a qualsiasi età. Non crediamo nell’importanza di seguire tendenze, ci basiamo sul nostro istinto e desideriamo creare pezzi che restino negli armadi per anni e anni. Ogni stagione offriamo un mix di silhouette classiche e capi sorprendenti per novità di tessuti e tecniche di ricamo o decorazione. Forse proprio perché non facciamo alcuno sforzo per essere trendy o di moda, non saremo mai di moda o fuorimoda. Di recente poi si è aggiunta quella che potremmo definire quasi una nuova filosofia del comprare consapevolmente e del consumare con cura. Penso che oggi le persone stiano imparando a scegliere meglio come investire quando acquistano abbigliamento, gioielli o qualsiasi altra cosa da indossare. Non si tratta più di scegliere ciò che è di moda, bensì ciò che è fatto con attenzione, qualità, desiderio di armonia e bellezza. Le persone hanno voglia di guardare ai loro armadi con gusto e piacere per anni, magari pensando a tramandare a figli e nipoti i loro capi, specie se si tratta di pezzi fatti a mano su telai.

Torniamo agli inizi, chi sono le persone che l’hanno aiutata o ispirata di più?

Dico sempre che è grazie all’incoraggiamento di mia madre che ho trovato il coraggio di lasciare Udaipur, la città dei laghi, come la chiamiamo in Rajastan, dove sono nata nel 1983 e dalla quale sono partita nel 2000, per studiare design ad Ahmedabd e poi lavorare nel tessile a Delhi. Per uscire dall’India e confrontarmi col mondo invece è stata fondamentale un’altra donna, Adele Gandola, che io chiamo la mia mamma italiana e che lavora da sempre nel mondo della moda e della sua distribuzione. Quindici anni fa Adele vide su Vogue Italia una mia creazione che era stata scelta per il concorso per giovani stilisti Lakme GenNext. Mi scrisse, la invitai in India e la vidi ripartire stipando le mie creazioni in grandi valigie, che portò nel Regno Unito, a Milano e Parigi e subito arrivarono i primi ordini da alcuni dei migliori negozi di Londra e delle altre capitali europee della moda. La collaborazione tra me e Adele, che tecnicamente oggi è distributore di p é r o in tutto il mondo, dall’Europa al Giappone, dura da 15 anni. Non c’è un contratto scritto, si basa tutto su amore e fiducia. Visto che sono indiana, definisco l’incontro tra me e Adele un matrimonio deciso in paradiso o forse in qualcuna delle nostre vite passate più felici.

Come vede il futuro di p é r o?

Vorrei aprire i nostri archivi al pubblico, creare una sorta di spazio museale dove tutti sono benvenuti e possono venire per condividere il nostro amore per i saperi artigianali della tradizione, per i tessuti e per il ricamo.

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