«P é r o porta l’artigianalità dell’intera India nel mondo»
Intervista ad Aneeth Arora, fondatrice e direttrice creativa del marchio di abbigliamento di alta gamma «p é r o»
di Giulia Crivelli
ai preferiti su Google
5' min read
5' min read
Stilista per caso – ammesso che la casualità esista – e oggi imprenditrice di successo, Aneeth Arora ha fondato il marchio «p é r o» nel 2009 e in meno di 15 anni lo ha fatto conoscere nel mondo seguendo un percorso del tutto anomalo nell’era del fast fashion e dell’accelerazione digitale di ogni processo della filiera e soprattutto della distribuzione e comunicazione.
P é r o non vende online, non ha monomarca (anche se Aneeth Arora sogna di aprire uno spazio a New Delhi che assomigli più a una galleria dell’artigianalità che a un negozio) ed è presente solo nei multimarca che hanno costruito la loro storia sulla ricerca e sulla fiducia della clientela, più che sulla notorietà (e attrattività) di grandi brand. Oggi p é r o (che in marwari, dialetto del Rajasthan, significa “abbigliarsi”) è venduto in circa 200 negozi di 30 Paesi tra i quali l’Italia, con la quale Aneeth Arora ha un legame molto forte. A Milano ad esempio il marchio si può trovare da Banner e Biffi, da Chicchi Ginepri, Imarika e Vanitas e una delle tante particolarità di p é r o è che nessuno ha esattamente lo stesso assortimento, anche perché ogni capo è, di fatto, un pezzo unico, un valore che spiega il posizionamento prezzo, nel segmento dell’alta gamma.
Dalla sua nascita, p é r o non ha mai smesso di crescere. Quante persone lavorano per il marchio oggi?
Nella sede di Delhi sono 250, ma lavoriamo con artigiani di tutte le regioni dell’India. In qualsiasi momento dell’anno collaboriamo stabilmente con 150-200 ricamatori, 50-100 esperti di tecniche di uncinetto e maglia, 800-1000 tessitori e altri 250-300 artigiani specializzati in altre tecniche o produzioni, sia per lavorare i tessuti sia per arricchirli. Si trovano anche in località remote del nostro Paese, ma danno un contributo importante alla bellezza e qualità delle collezioni, che sono davvero un’opera corale.
In Italia e in Europa in generale, c’è paura di perdere il know how artigianale e sembra che i giovani non si appassionino a questi lavori. Succede anche in India?



