Intervista

Pan (delegato Confindustria per l’Europa): «L’industria sia al centro dell’agenda Ue, l’Europa attragga investimenti»

Business Europe ha messo a punto un documento che individua tutti i fattori che allontanano gli investimenti dall’Unione europea e propone gli interventi necessari per cambiare rotta

di Nicoletta Picchio

La filiera del vetro pronta alla sfida della transizione green

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«L’Europa ha potenzialmente tutte le caratteristiche per essere un continente forte e reggere la pressione che arriva da Usa e Cina. Ma per farlo serve mettere l’industria al centro dell’agenda europea, attraverso una strategia di politica industriale organica e a lungo termine. Senza industria l’Europa non esiste. Ed è importante che sia unita per realizzare la sua capacità di difendere i valori di libertà, sviluppo, inclusione». Stefan Pan, delegato di Confindustria per l’Europa, è appena tornato da Bruxelles, dove ha incontrato alcuni rappresentanti italiani presso il Parlamento europeo. Oggi e domani si terrà il Consiglio Ue, sul tavolo c’è da affrontare non solo la guerra in Ucraina ma anche la competitività Ue, mercato unico ed economia, energia e migrazioni.

«Secondo i dati recenti di Business Europe, l’associazione che riunisce le associazioni imprenditoriali europee, da quando gli Stati Uniti hanno dato il via all’Ira, con benefici consistenti per chi investe negli Usa, l’Europa sta perdendo moltissimi investimenti. Dal 2019 ad oggi Business Europe ha calcolato che gli investimenti diretti sono diminuiti del 66% in Ue mentre in Usa sono cresciuti del 63%». Proprio in vista del Consiglio Ue, Business Europe ha messo a punto un documento che individua tutti i fattori che allontanano gli investimenti dall’Unione europea e propone gli interventi necessari per cambiare rotta.

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«Bisogna lavorare – ha sottolineato Pan – per rendere l’Europa attrattiva e diventare il luogo migliore dove realizzare gli investimenti. È questa la risposta per reagire alla doppia pressione degli Usa, con l’Ira, e della Cina, che sta rafforzando la sua industria, puntando sull’innovazione tecnologica. Il mondo delle imprese sta facendo sentire la propria voce, attraverso un dialogo costante con Bruxelles, che vede impegnato in prima persona anche il presidente Bonomi».

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen a Davos ha rilanciato la politica industriale europea. Ma tra gli Stati membri le visioni sono diverse. Si riuscirà a ritrovare la stessa unità avuta in occasione della pandemia?
Andare avanti insieme è necessario, solo l’Europa unita può dare una risposta adeguata alle sfide che abbiamo davanti. È molto positivo che si riparli di industria, politica industriale, competitività. La presidente della Commissione aveva ipotizzato un fondo sovrano ma la strada imboccata finora è quella di un allentamento dei vincoli degli aiuti di Stato. È una scelta che non condividiamo perché crea asimmetrie, premiando i paesi che hanno maggiore spazio fiscale. Basta guardare i numeri: lo scorso anno il 49,3% degli aiuti di Stato sono andati alla Germania, il 29,9% alla Francia e all’Italia solo il 4,7%.

Sul fondo sovrano ci sono molte resistenze, c’è chi dice che prima devono essere spese le risorse che già ci sono a disposizione e noi per capacità di spesa non brilliamo...
Su questo dobbiamo assolutamente impegnarci, sia per quanto riguarda i finanziamenti del Pnrr che sui fondi comunitari. Di fronte alla mole di investimenti necessaria a cogliere la doppia sfida della transizione green e digitale, per il fondo sovrano si potrebbe attingere alle risorse del Mes.

Transizione ambientale, digitale: l’Europa si è posta obiettivi ambiziosi, in un contesto dove le imprese europee devono sopportare costi ben al di sopra dei concorrenti, come quello dell’energia. Raggiungibili?
Se si vogliono raggiungere, le imprese devono essere messe in condizione di farlo. Lo studio di Confindustria sul Fit for 55, che abbiamo appena presentato, evidenzia che occorrono circa 1.100 miliardi di investimenti al 2030. Le risorse pubbliche sono minimali e questo significa che è quasi tutto sulle spalle dei privati. Ecco perché occorre un’azione adeguata, che non crei asimmetrie, ragionando su tutti gli aspetti legati alla doppia transizione. A partire dalla sfera regolatoria, su cui occorre certezza. Non si possono cambiare le regole in corsa: penso per esempio alla normativa sul packaging, dove ora si è scelto il riuso al posto del riciclo. Una scelta che spiazza intere filiere che avevano investito nel riciclo, consentendo all’Italia di raggiungere gli obiettivi UE al 2030 con ben nove anni di anticipo. Senza contare il mancato rispetto del principio di neutralità tecnologica. Considerazioni analoghe valgono per il superamento del motore endotermico: si è scelto l’elettrico, quando possono esserci altre soluzioni. Ora il dibattito si è riaperto, su spinta soprattutto dell’Italia. Come Confindustria stiamo lavorando con le istituzioni Ue, contribuendo al dibattito con analisi e contributi concreti che spesso vengono recepiti, come ad esempio è avvenuto con la proposta di riforma del mercato elettrico.

L’energia è un grande tema, per i costi. Ma anche le regole e la burocrazia. Servirebbe una consistente sforbiciata?
Negli Usa vince il time to market, da noi il time to regulation. Le imprese devono fare i conti con vere e proprie zavorre. Bisogna semplificare il quadro normativo, evitare di imporre nuove leggi, istituire un competitiveness check, per verificare costantemente lo stato dell’arte.

Le elezioni Ue del 2024 possono essere un freno?
Non devono esserlo perché i tempi dell’economia non coincidono con quelli della politica. C’è in ballo la tenuta dell’industria europea e dei posti di lavoro.

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