Scenari 2025

Partnership pubblico-privato per proteggere l’arte

In tempo di guerra il patrimonio è a rischio: l’esempio di Ark for Ukraine, che manda veicoli per mettere in salvo le opere d’arte

La cattedrale della Trasfigurazione di Odessa danneggiata da un bombardamento russo.

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Le devastazioni della guerra non si limitano mai al campo di battaglia. I costi sono sostenuti da tutta la società, e quando le bombe distruggono monumenti, opere d’arte e archivi insostituibili, le perdite si misurano non solo in vite umane e proprietà, ma in termini storici più ampi.

L’identità, la memoria e il patrimonio culturale sono ciò che sostiene una società nelle sue ore più buie, e la loro distruzione erode la civiltà stessa. Allo stesso modo, la profanazione o la perdita di oggetti che una cultura considera sacri può alimentare nuovi cicli di rancore, disperazione e violenza moralmente legittima.

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La connessione tra la conservazione culturale e la pace è uno dei motivi per cui i governi di tutto il mondo si sono riuniti nel 1954 per adottare la Convenzione dell’Aia per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato. Obbliga tutte le parti a identificare i siti e gli oggetti del patrimonio culturale, a provvedere alla loro protezione e a contribuire all’applicazione delle sanzioni in caso di violazione della convenzione. Eppure, nonostante tali impegni formali, la perdita del patrimonio culturale nelle zone di conflitto rimane un problema urgente.

In guerra non si pensa alla cultura

La protezione del patrimonio culturale non è un obiettivo a bassa priorità da affrontare solo dopo aver soddisfatto tutte le altre esigenze del tempo di guerra. Il più delle volte, prendere di mira tesori inestimabili fa parte della strategia dell’aggressore.

Un decennio fa, quando lo Stato islamico stava conquistando territori e commettendo atrocità di massa in Siria e Iraq, la “pulizia culturale” era al centro delle attività del gruppo. Come hanno osservato nel marzo 2015 il direttore generale dell’Unesco Irina Bokova e Abdulaziz Othman Altwaijri dell’Organizzazione islamica per l’educazione, la scienza e la cultura, la distruzione da parte dell’Isis dell’antica città di Hatra, patrimonio mondiale dell’Unesco, è stata direttamente motivata dalla strategia di propaganda.

La stessa questione è tornata alla ribalta in Ucraina, dove le forze russe hanno, dal febbraio 2022, preso di mira, danneggiato o distrutto almeno 451 siti culturali, tra cui biblioteche, musei ed edifici religiosi, ognuno dei quali è parte integrante dell’identità nazionale ucraina e del senso di appartenenza degli ucraini.

I rischi dell’Ucraina

Il presidente russo Vladimir Putin ha effettuato un’invasione su vasta scala sulla base (fallace) che l’Ucraina non sia un vero paese e quindi debba essere assorbita dalla Russia. Come ha detto l’ex architetto della politica ucraina di Putin nel 2020, «Non c’è l’Ucraina. C’è l’ucrainità. Cioè, un disturbo specifico della mente. Un entusiasmo stupefacente per l’etnografia, spinto all’estremo. … [L’Ucraina è] un pasticcio anziché uno stato. … Ma non c’è una nazione. C’è solo un opuscolo, ’La sedicente Ucraina’, ma non c’è l’Ucraina».

Putin ha poi ripreso questo argomento nel suo saggio pseudo-storico del 2021, «Sull’unità storica di russi e ucraini». In realtà, la Rus’ di Kiev era una potenza nella regione secoli prima che la Moscovia emergesse come stato a sé stante.

Con i già limitati budget del governo e delle ONG per fornire aiuti umanitari e militari essenziali all’Ucraina, coloro che lavorano per proteggere e preservare il patrimonio culturale hanno dovuto pensare a qualcosa di nuovo. I partenariati pubblico-privato sono fondamentali, perché i governi da soli spesso non possono finanziare o mobilitare le competenze necessarie per preservare i beni culturali a rischio. Lavorando a fianco di organizzazioni private, istituzioni locali e ONG internazionali, le nuove partnership possono creare reti potenti per colmare il divario. Tali azioni dovrebbero essere intese non solo in termini di ciò che noi dobbiamo ai nostri antenati, ma anche come investimento nel nostro futuro.

Questo è stato il pensiero alla base di Ark for Ukraine, un’iniziativa con sede in Repubblica Ceca sostenuta da investimenti governativi e filantropici e da competenze intersettoriali. Ark invia veicoli speciali nella zona di guerra ucraina per salvare preziose opere d’arte, libri, documenti e materiali d’archivio, digitalizzare documenti importanti, e la scansione 3D di oggetti immobili come gli affreschi.

Attraverso questo lavoro, Ark potrebbe fungere da nuovo modello globale per la conservazione culturale nel XXI secolo. La sua struttura pubblico-privata ha già una consolidata esperienza. Ad esempio, le collaborazioni tra aziende farmaceutiche, governi e Ong hanno accelerato la risposta alla pandemia di Covid-19 e migliorato notevolmente la distribuzione dei vaccini nelle regioni meno servite. Allo stesso modo, i partenariati pubblico-privato hanno contribuito a proteggere gli hotspot di biodiversità come l’Amazzonia brasiliana da un’ulteriore deforestazione.

Collaborazione fra governi, aziende e Ong

In ogni caso, la collaborazione tra aziende, governi, Ong e filantropie ha prodotto più della somma delle sue parti e più di quanto il settore pubblico o privato potesse fornire da solo. Ora è il momento di applicare il modello alla conservazione culturale.

In tempo di guerra, proteggere la cultura non è un lusso; è essenziale per sostenere il senso di identità collettiva e le speranze di guarigione di un popolo. Gli attacchi ai siti culturali sono atti di cancellazione culturale, nati dagli stessi motivi eliminazionisti che guidano anche il genocidio. Tragicamente, la cancellazione culturale è sempre stata una strategia di guerra e di conquista e ha continuato ad esserlo nell’era moderna. Il punto è indebolire la determinazione delle persone e spingerle alla disperazione.

Quindi, proteggere la cultura nelle zone di guerra non dovrebbe essere trattato come un ripensamento, ma come una pietra angolare di qualsiasi risposta umanitaria. Per essere veramente efficaci, le azioni per la conservazione culturale devono essere sostenute da un rinnovato impegno globale come quello sancito dalla convenzione del 1954, perché il patrimonio culturale non è solo un bene nazionale, fa parte della nostra storia umana condivisa.

Costruendo la resilienza nel campo della cultura, possiamo iniziare a lavorare per un futuro in cui tutte le culture siano rispettate e ricevano le tutele che meritano. In caso contrario, potrebbero sentirsi più motivati i futuri aspiranti imperialisti che, come Putin, pensano di lanciare guerre di cancellazione culturale e nazionale.

Proteggendo l’identità culturale, salvaguardiamo la civiltà stessa. Dobbiamo farlo non come un gesto nobile, ma come un atto di dovere nei confronti delle generazioni future. Quando la cultura e il patrimonio delle persone sono protetti, il percorso verso la pace e la ripresa è più agevole.

Traduzione di Simona Polverino

Karel Komárek è fondatore del gruppo di investimento KKCG e co-fondatore della Karel Komárek Family Foundation.

Copyright: Project Syndicate, 2024.

www.project-syndicate.org

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