Passione giada: fra guerre e lusso, i riflessi oscuri della gemma più amata in Cina
Sfruttamento e corruzione dilagano da decenni nella zona del Myanmar dove si produce la varietà più preziosa. La tracciabilità non esiste, mentre in Cina gli acquisti volano spinti dagli investimenti in beni rifugio e da una nuova classe media che può finalmente permettersela
di Chiara Beghelli
5' min read
I punti chiave
5' min read
«L'oro è di valore, ma la giada è senza prezzo», recita un antico proverbio cinese. Confucio stesso, d’altra parte, sosteneva che quella gemma dal verde brillante avesse ben undici virtù, fra cui la benevolenza, la fedeltà, l’educazione e la sincerità. Una passione antica di millenni, per la prima volta entrata in contatto con l’Occidente nel Medioevo tramite gli occhi di Marco Polo, che ne vide il commercio lungo la Via della seta lungo il suo straordinario viaggio.
Il potere simbolico di “yu”, questo il nome cinese della pietra (“giada” è un termine coniato nel Cinquecento dai conquistadores spagnoli che ne avevano visto i benefici per la zona lombare - yjada, appunto - nelle popolazioni mesoamericane) è solo simile a quello che in Occidente possiedono i diamanti, perché lo supera decisamente. Ma la crescente passione della Cina per la giada, alimentata anche dalla crescita di una classe media che può finalmente permettersi un gioiello dai verdi bagliori, un prezzo in realtà lo ha. E molto alto.
Un tesoro insanguinato
Il Kachin è una regione montuosa e impervia nella parte più settentrionale del Myanmar. È da lì, e soprattutto dalla zona della città di Hpakant, che proviene oggi fra il 70 e il 90% della giadeite, la giada di migliore qualità (per giada si intende anche per esempio la nefrite, che è chimicamente diversa, più morbida, opaca e comune della giadeite). La migliore, ma anche la più insanguinata. Dai blood diamonds alla blood jade. Ma mentre l’industria mondiale dei preziosi è impegnata da tempo per regolare e rendere sempre più etici l’estrazione e il commercio dei diamanti (vedi il Kimberley Process), la tracciabilità della sempre più richiesta giada è praticamente inesistente.
Secondo Global Witness, che alla giada birmana ha dedicato ampi studi e ricerche sul campo, nel 2014 il giro d’affari della gemma era di 31 miliardi di dollari, cifra pari alla metà del pil del Myanmar. Una ricchezza che è andata e va ancora a finanziare le due parti che da decenni animano il lungo e difficilissimo conflitto interno del Paese: l’esercito centrale, ufficialmente al potere dopo il colpo di stato del febbraio 2021, e le milizie indipendentiste. Circa il 90% della giada del Myanmar esce dal Paese senza essere tracciata, e fa presto a raggiungere la Cina, con cui il Kachin condivide i confini a nord e a est. Le estrazioni sono controllate dalla Myanmar Gem Enterprises, che fa capo al governo militare, e le ong che hanno potuto visitare i siti hanno denunciato un ambiente naturale devastato dal taglio delle falesie e soprattutto un’umanità che per pochi soldi sparisce e muore nel fango.
Le condizioni di lavoro degli yemase
È quello che è successo nel 2020, quando le forti piogge hanno fatto crollare una parete di terra in un bacino artificiale: un’onda alta sei metri inghiottì oltre duecento persone. Si stima che ogni anno, nei mesi di più intensa attività estrattiva, fra i 300 e i 400mila minatori artigianali, gli yemase, raggiungano Hpakant dal resto della regione del Paese, una cifra pari a circa il 2% dell’intera forza lavoro nazionale. Non mancano minori, e per tutti il guadagno è infimo. Non solo: sempre secondo Global Witness, fra il 70 e il 90% dei minatori consuma droghe, un mix chiamato yaba, composto di metamfetamina e caffeina, per abbattere la fatica.





