Pasta

Pasta Felicetti raggiunge i 65 milioni di fatturato e punta a quota 75

L’ad Riccardo Felicetti: ci sono possibilità che la minaccia dei dazi non si concretizzi, ma dobbiamo pensare alle strategie di lungo periodo. Sull’export ci stiamo concentrando sul Nord Europa

di Silvia Marzialetti

Pastificio Felicetti Spa a Molina di Fiemme

3' min read

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Riccardo Felicetti, ad dell’omonimo Pastificio trentino, è ospite al Mimit per parlare di intelligenza artificiale, in un convegno organizzato dalla Fondazione Bruno Kessler. «Quando si parla di cibo normalmente si parla di situazioni idilliache: pasta fatta a mano, sapori di una volta», dice. «Sarebbe ora che qualcuno raccontasse che c’è un filo rosso che ha attraversato cinque generazioni e che ha sempre perseguito la ricerca in innovazione, perché la tecnologia aiuta in tutto: dalla ricerca di particelle di grano duro, al packaging. Anche se il cuore del pastaio la macchina non potrà sostituirlo». In Trentino negli ultimi trent’anni c’erano 14 pastifici: oggi è rimasto solo Pastificio Felicetti.

Felicetti, come presidente dei pastai italiani lei ha sventato la minaccia dei dazi durante la prima amministrazione Trump. Che idea si è fatto di questa seconda amministrazione?«Sui dazi dobbiamo fare molta attenzione. Io credo che a prescindere da quello che viene annunciato dovremmo preoccuparci - visto che non possiamo far niente, se non subirli - quali debbano essere le strategie di medio periodo per sostenere questo genere di pratica commerciale. Durante il precedente mandato del presidente Trump eravamo riusciti - anche grazie alla intercessione di Ipo (International pasta organization) - a far rientrare questa minaccia, che sarebbe costata ai consumatori americani svariati milioni di dollari. Quindi a prescindere dalla preoccupazione - che è trasversale a tutto il mondo della manifattura italiana - direi che dovremo attendere il momento in cui la minaccia dovesse diventare realtà. Le regole dicono che normalmente il produttore, visto che non ha margini, scarica l’aggravio dei costi sul mercato: quindi non so quanto possa essere lungimirante da parte della amministrazione statunitense la scelta dei dazi».

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Spera e pensa, mi pare di capire, che questa minaccia non si concretizzi?

«Lo auspico e credo che non siano cambiate a sufficienza le condizioni per vedere uno scenario diverso, malgrado questa legislatura sia partita in maniera un po’ diversa dalla precedente: sono più preoccupato ora, che non nel 2017».

Tre anni fa avete inaugurato il vostro secondo stabilimento produttivo in Val di Fiemme, per superare alcune criticità dovute a una produzione in crescita. Che risultati sta dando una struttura industriale di quelle dimensioni?

Il nuovo impianto ci ha consentito di superare il “collo di bottiglia più importante”, che era quello dei volumi. Abbiamo trasferito qui una parte delle lavorazioni che facevamo fuori. Avevamo progettato di arrivare a saturazione nel 2027 e invece ci siamo già arrivati, grazie alle nostre strategie commerciali e alla qualità dei prodotti che offriamo. In più siamo passati dalle 90 unità produttive del 2021 a 140, a 45 milioni di euro a più di 60 fine 2024, con 34mila tonnellate di pasta prodotte.

L’obiettivo era arrivare a 60 milioni di fatturato entro il 2024…

Lo abbiamo centrato, superandolo di qualche migliaio di euro. Nel 2021 il nostro fatturato era di 45 milioni di euro.

Quali sono le previsioni per il 2025?

Puntiamo a 75 milioni di euro di fatturato, che rappresentano il “limite fisico” dei due stabilimenti nella loro formazione attuale. All’interno dello stabilimento in Val di Fiemme si possono ancora installare due linee di produzione che avevamo programmato - e che realizzeremo - nel 2028. Ci stabilizzeremo su quella quota di mercato per poi ripartire e arrivare alla quota critica dei 100 milioni di euro, che dovrebbe essere quella su cui evidenziare nuovi investimenti, che però faranno parte dei progetti della nuova generazione.

Come saranno indirizzati i vostri nuovi investimenti?
Saranno destinati al mercato e dedicati soprattutto alla relazione con la parte agricola, puntando a uno sviluppo sempre più profondo tra pastificio, mugnai e soprattutto agricoltori. Puntiamo a una integrazione delle attività che deve essere sempre più simbiotica e superare le conflittualità: l’unica possibilità di sviluppo che c’è all’interno della filiera e andare all’estero è creare una condivisione di intenti.

A proposito di estero: come procedono i vostri mercati oltre-confine? Vi state espandendo?Stiamo lavorando in maniera molto profonda sui mercati del Nord-Europa, dove operiamo col nostro marchio sia nel retail, che nella gdo, forti dei nostri volumi e dei nuovi packaging 100% carta. Lavoriamo per espanderci negli Usa e stiamo rivedendo il nostro assetto per essere più efficaci sia dal punto di vista del servizio, che delle quotazioni sul mercato canadese.

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