Berlinale

“Paternal Leave”, a Berlino l’esordio di Alissa Jung con Luca Marinelli

In concorso “Reflet dans un diamant mort” di Hélène Cattet e Bruno Forzani

di Andrea Chimento

Paternal Leave

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Luca Marinelli è protagonista alla Berlinale: l’attore italiano, tra i più chiacchierati delle ultime settimane (vista la grande notorietà della serie “M – Il figlio del secolo” di Joe Wright), è al centro di “Paternal Leave”, opera prima della moglie Alissa Jung.

Attrice e regista tedesca, Alissa Jung aveva già diretto alcuni cortometraggi in passato e ora ha fatto il grande passo con un lungometraggio dalle tematiche tutt’altro che semplici da trattare.

Si tratta di una coproduzione tra Germania e Italia, questo film che racconta di un’adolescente tedesca che è cresciuta senza il padre. Quando scopre la sua identità, parte per l’Italia per conoscerlo: è un uomo italiano, che vive sulla riviera romagnola, ma quello che doveva essere un incontro dal sapore dolce si trasforma ben presto in un confronto duro e doloroso. Un faccia a faccia tra le scelte rimaste nel passato e le loro ombre che, inevitabilmente, segnano il presente.

Presentato all’interno della sezione Generation 14plus, “Paternal Leave” è un esordio maturo e capace di mettere in scena con la giusta forza un rapporto così complesso da rappresentare.

Non si tratta (solo) di una possibile riconciliazione, in questa pellicola, ma di un viaggio interiore nella psiche dei due personaggi principali: il focus è tanto su una ragazza in cerca di risposte, quanto su un uomo che rimane sopraffatto da quell’incontro e dal conflitto che gli si viene a creare. Il padre ha infatti una nuova famiglia e trovare un equilibrio con la nuova arrivata sarà molto difficile.

 

Paternal Leave

Buone prove del cast

 

“Paternal Leave” è un prodotto capace di coinvolgere, nonostante possa ricordare diversi altri film su argomenti simili già visti in passato: uno dei primi che può venire in mente è il recente “Hey Joe”, dove però c’era un padre che dall’estero arrivava in Italia per conoscere il figlio concepito ai tempi del secondo conflitto mondiale.

Seppur sappia un po’ di già visto, il film ha la giusta delicatezza per trattare argomenti così intimi e un cast decisamente all’altezza: la bravura di Marinelli è nota, mentre è sorprendente la coprotagonista Juli Grabenhenrich.

La pellicola soffre di alcuni passaggi narrativi un po’ ingenui con l’approssimarsi della conclusione, ma qualche limite è ben bilanciato da dialoghi credibili e sinceri, oltreché da una struttura generale che regala più di qualche spunto di riflessione su cui ragionare al termine della visione.

 

Reflet dans un diamant mort

Reflet dans un diamant mort

 

Un pizzico d’Italia c’è anche in concorso con “Reflet dans un diamant mort” di Hélène Cattet e Bruno Forzani, due registi francesi che avevano stupito in passato con “L’Étrange Couleur des larmes de ton corps” nel 2013 e “Laissez bronzer les cadavres” (2017).

“Reflet dans un diamant mort” è una coproduzione tra Belgio, Lussemburgo, Italia e Francia, ma il cinema di casa nostra è richiamato soprattutto dalla visione di una pellicola che omaggia appieno la produzione di genere italiano degli anni Sessanta e Settanta.

Non a caso il protagonista è Fabio Testi, che veste i panni di un uomo che vive da solo in un lussuoso hotel sulla Costa Azzurra. Una ragazza che sta prendendo il sole sulla spiaggia gli fa ricordare alcuni episodi del suo passato.

È molto esplicito fin dalle primissime immagini “Reflet dans un diamant mort”, film che guarda fortemente al cinema di Mario Bava (ma anche a quello di Dario Argento e di altri autori), mescolando azione, violenza, furti di diamanti, lotte e inseguimenti, con un’estetica che richiama in maniera diretta le produzioni omaggiate e citate.

La passione per (quel)la storia del cinema di Cattet e Forzani si sente sempre molto, ma per chi conosce i loro lavori precedenti, questo film sembra una forzata ripetizione di dinamiche già viste. Per questo motivo, ma anche a causa di una narrazione decisamente ostica da seguire, “Reflet dans un diamant mort” non riesce ad appassionare come avrebbe dovuto e rischia di risultare più interessante sulla carta che nella resa effettiva.

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