Pensioni: corre la spesa, conti Inps in rosso. Tutte le incognite sulla riforma
La decisione del governo di far slittare l'incontro dell'8 febbraio con i sindacati conferma che la strada per giungere a un nuovo intervento strutturale è in salita. Anche perché la spesa, spinta dall'impennata dell'inflazione, ha ripreso a correre ed è stimata in crescita di oltre 23 miliardi quest'anno e di 50 miliardi nel 2025. L'Inps, anche a causa del peggioramento del quadro economico, prevede di chiudere l'esercizio 2023 con un risultato negativo di quasi 10 miliardi
di Marco Rogari
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I punti chiave
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Una falsa partenza. È quella che ha caratterizzato il confronto sulla nuova riforma delle pensioni dopo il vertice generale del 19 gennaio. Governo e parti sociali si sarebbero dovute incontrare l'8 febbraio per affrontare il tema della “copertura previdenziale” di donne e giovani, ma l'esecutivo ha deciso di posticipare il tavolo e di limitarlo ai soli sindacati. Un chiaro sintomo di quanto la strada si presenti in salita.
Con alcuni ostacoli non facili da superare: anzitutto l'allentamento della stretta su Opzione donna, chiesta a gran voce dai sindacati ma su cui il governo non ha ancora trovato una quadratura del cerchio. C'è poi l'allarme conti: l'Inps ha previsto di chiudere l'esercizio 2023 con un risultato negativo di oltre 9,7 miliardi, contro gli 1,8 miliardi di “attivo” del 2022, e la spesa complessiva per pensioni è già stimata in crescita di oltre 23 miliardi quest'anno e di più di 50 miliardi nel 2025. Un andamento che rende complicato individuare una soluzione nell'ottica della flessibilità in uscita per superare la legge Fornero in linea con la Quota 41 proposta dalla Lega o con le uscite a 62-63 anni invocate da Cgil, Cisl e Uil.
La tabella di marcia della riforma
L'idea del governo è di definire le linee guida della nuova riforma entro l'estate con l'obiettivo di avviare gradualmente il precorso per superare (almeno in parte) la legge Fornero a partire dall'inizio del 2024. Ma i sindacati chiedono un primo tangibile segnale sulla nuova rotta pensionistica già nel Documento di economia e finanza (Def) che dovrà essere presentato ad aprile. C'è de vedere se dopo lo slittamento al 13 febbraio del round inizialmente fissato l'8 febbraio ci sarà un'accelerazione del tavolo.
La partita su Opzione donna
Cgil, Cisl e Uil si attendono anzitutto una risposta sull'allentamento della stretta su Opzione donna impressa dall'ultima legge di bilancio con cui è stata significativamente ridotta, anche attraverso l'innalzamento dei requisiti, la platea delle lavoratrici che possono accedere a questa via d'uscita. I sindacati e una parte della stessa maggioranza spingono per tornare allo schema del 2022 con una proroga dei vecchi requisiti: 58 anni (59 per le “autonome”) e 35 anni di versamenti con il ricalcolo contributivo dell'assegno. Una soluzione che non dispiacerebbe al ministro del Lavoro, Marina Calderone, che da tempo sta cercando una via d'uscita. Ma il governo anche nel corso dell'esame parlamentare del decreto Milleproroghe ha detto no, per mancanza di risorse, agli emendamenti presentati dalle opposizioni per far scattare questo tipo di proroga. Un'impasse che rischia di peggiorare il clima al tavolo della riforma.
Il fardello della spesa
Spinta dall'impennata dell'inflazione, con i conseguenti maggiori costi per l'indicizzazione degli assegni pensionistici, la spesa per pensioni ha ricominciato a correre. Una spesa che, secondo le ultime previsioni, dovrebbe salire dai 297,3 miliardi del 2022, a 320,8 miliardi alla fine di quest'anno e a 349,7 miliardi nel 2025, quando la sua incidenza sul Pil dovrebbe essere del 16,4% contro il 15,7% del 2022. Questo andamento non sembra favorire la costruzione di una riforma con soluzioni onerose. E, non a caso, l'incognita spesa è quella che ha aleggiato sul tavolo già durante il primo incontro “generale” di gennaio.

