Per la difesa Ue primi 18 miliardi in attesa della svolta eurobond
Nel bilancio 2021-2027 era già previsto un capitolo dedicato alla difesa e alla sicurezza interna ma per creare un esercito comune serve uno sforzo unitario perché i budget nazionali sono insufficienti
di Giuseppe Chiellino
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Nel 2015 gli Stati membri dell’Unione europea avevano 17mila carri armati di 37 modelli diversi. Gli Stati Uniti ne avevano 27.500 ma solo di nove modelli. Stesso discorso per aerei da combattimento e aerei cisterna. In molti Stati Ue la capacità di intervento rapido di jet ed elicotteri d’attacco o per il trasporto di mezzi e truppe era inferiore al 50%. Tra sprechi e duplicazioni, la difesa europea restava ancora tenacemente aggrappata alla vecchia idea di sovranità nazionale.
Poco era cambiato dal fallimento della Ced, la Comunità europea di difesa, nel 1954. Uno studio interno della Commissione, chiesto dall’allora presidente Juncker, metteva impietosamente allo scoperto frammentazioni, implicite debolezze, grandi inefficienze e costi esorbitanti, soprattutto nel confronto con gli Usa. Si stimava che la collaborazione tra Paesi avrebbe generato non solo maggiore efficienza ma anche risparmi per almeno 20 miliardi di euro all’anno.
Non del tutto impreparati
Già allora la minaccia di Putin (l’invasione della Crimea è del 2014) a cui si era presto aggiunta quella dell’Isis nel cuore delle capitali europee, aveva spinto l’Unione a una profonda riflessione in materia di difesa comune, mettendo in discussione l’opzione Nato-First che delegava tutto all’Alleanza atlantica. Quel dibattito avviato sette anni fa permette oggi alla Ue di non essere del tutto impreparata davanti alla guerra in Ucraina ma soprattutto aiuta a capire l’accelerazione verso una difesa comune.
Nel bilancio pluriennale 2021-2027 venne inserito un capitolo dedicato a difesa e sicurezza con una dote di 13 miliardi, di cui quasi otto per il nuovo Fondo europeo per la difesa per spingere l’integrazione finanziando progetti comuni proposti da consorzi tra aziende di almeno tre Paesi diversi. A questo fondo si aggiunse fuori bilancio lo Strumento europeo per la pace, (European peace facility, Epf) con altri 5 miliardi di euro, che incorporava strumenti preesistenti.
Spiccioli rispetto ai 1.100 miliardi del budget Ue e inferiore alle ambizioni iniziali, ma comunque un segnale politicamente molto rilevante, il primo passo concreto verso una difesa comune che incontra ancora comprensibili resistenze. Non è in gioco solo la tutela dell’industria militare nazionale e la protezione di brevetti e informazioni strategiche: per uno Stato membro si tratta di decidere se mandare i propri soldati a correre il rischio di farsi ammazzare, e non necessariamente per difendere il proprio Paese a cui si è legati da vincoli di identità e di appartenenza.
