Geopolitica

Per un «ecosistema di conoscenze» condiviso tra Africa ed Europa

Il successo del riavvicinamento tra i due continenti passa dalla creazione di spazi di dialogo oltre ai canali diplomatici o economici tradizionali

3' min read

3' min read

Poco meno di un anno fa, nel febbraio 2024, si è tenuta alla Luiss School of Government una conferenza sul futuro delle relazioni fra l’Europa e l’Africa, dal format atipico: una “terapia di coppia” in cui i due moderatori, in qualità di terapeuti, provavano a ricucire il rapporto fra Africa ed Europa, impersonificate da un accademico africano e una ricercatrice europea. Un rapporto da tempo sotto stress, indebolito dalle ripercussioni della pandemia di Covid-19, dal disallineamento sulla guerra in Ucraina, dalle implicazioni dei colpi di Stato militari nel Sahel e, non ultima, dalla nuova corsa all’Africa, ovvero il rinnovato interesse geopolitico da parte delle potenze globali.

Come in molte terapie, l’accesa discussione verteva su una domanda centrale: cosa occorre fare per rilanciare le relazioni inter-continentali? Lato europeo, le risposte politiche a questa domanda possono essere facilmente trovate in iniziative quali il Global gateway dell’Ue, il Piano Mattei, o nei nuovi approcci strategici verso l’Africa dell’Ue e dei suoi Stati membri.

Loading...

L’assenza di una logica di condivisione

In un mondo caratterizzato da poli-crisi, rapide evoluzioni geopolitiche e progressi tecnologici senza precedenti, tali iniziative rispondono a una logica di connessione, in particolare promuovendo investimenti in infrastrutture, quali sostegno alla trasformazione digitale o alla connettività (il Global gateway), o cercando di rafforzare il legame fra i Paesi africani e quelli europei affiancando alla cooperazione allo sviluppo il coinvolgimento del mondo imprenditoriale (il Piano Mattei).

Manca però una logica di condivisione. Negli ultimi anni europei ed africani hanno condiviso molto poco. In Europa si fatica a capire le esigenze degli Stati africani ed il loro approccio pragmatico, vuoi transazionale nelle decisioni riguardanti la politica estera. Lo si è notato a cominciare dalle risoluzioni delle Nazioni Unite di condanna all’invasione russa dell’Ucraina nel marzo 2022, in cui molti Stati africani si sono astenuti. Uno scollamento che va oltre il Palazzo di Vetro.

L’allargamento dei Brics a Egitto ed Etiopia, deciso al Summit ospitato dal Sud Africa a Johannesburg nell’agosto 2023, non costituisce solo un’opportunità storica per questi Stati africani di plasmare il mondo multipolare (i Brics hanno superato il G7 in termini di contributo al Pil globale), ma manda anche un messaggio chiaro ad altri consessi internazionali che hanno sistematicamente messo da parte le richieste africane di riformare la governance mondiale.

Nel Sahel, «la frontiera meridionale dell’Europa», l’ondata di colpi di Stato militari ha messo in luce il fallimento di due decadi di interventi internazionali di stabilizzazione, creando una cintura di giunte militari che si estende dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso e che, come nel caso del Mali, del Burkina Faso e del Niger, ha ribaltato il precedente sistema di alleanze, ponendosi in antitesi con la Francia e l’Occidente a vantaggio della Russia e della Cina.

In assenza di una prospettiva di condivisione, ha senso connettere? Considerato il livello di ambizione dei piani europei per l’Africa e l’entità degli investimenti, una riflessione strategica su queste domande non può essere ignorata. Il successo del sistema di connessioni con cui si intende riavvicinare l’Africa all’Europa, a fronte di un’aspra competizione globale, passa dalla costruzione di un «ecosistema di conoscenza» condiviso fra i due continenti.

Perché serve un «nexus» afromediterraneo

Dalla creazione di spazi di dialogo che vadano oltre i canali diplomatici o economici tradizionali, ormai insufficienti per affrontare la complessità delle sfide globali. È tempo di evolvere verso un “nexus” afromediterraneo che colleghi persone, spazi e idee. Questa trasformazione può non solo «ricucire i rapporti di coppia», ma anche promuovere la collaborazione per sviluppare nuove catene di valore geoeconomico e affrontare sfide comuni di sicurezza, quali ad esempio le minacce ibride con cui vengono manipolate le informazioni e le percezioni.

L’Italia ha il potenziale per guidare l’Unione europea verso questo nuovo paradigma di cooperazione con gli Stati africani, facendo leva sul proprio soft power e cominciando dal gettare le basi di una diplomazia della conoscenza. Ogni anno entrano nel mercato del lavoro africano 20 milioni di nuovi giovani, equivalenti alla popolazione della Romania. Questo dato da solo ci dà una misura di quanto sia importante il “fattore umano” nelle dinamiche fra i due continenti, e di quanto sia strategicamente rilevante il fabbisogno di formazione, di know-how, di competenze, di innovazione di cui molti partner africani hanno bisogno per garantire crescita e sviluppo sostenibili.

Laboratori culturali, collaborazioni accademiche e piattaforme di innovazione congiunte possono diventare una leva fondamentale non solo per rafforzare i legami geopolitici, ma anche per orientare più efficacemente il dialogo verso una visione condivisa del futuro.

Per approfondire

Dalla «cintura dei golpe» alle transizioni virtuose, la rigenerazione democratica delle Afriche

Analisi

Copyright reserved ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti