Per Milano la sfida è calamitare nuovi talenti
Serve una visione politica di lungo periodo e la capacità di resistere alle pressioni speculative a breve termine
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Come sottolineato dal Sole 24 Ore il 5 febbraio, l’apertura della nuova sede della galleria Thaddaeus Ropac a Milano è l’ennesimo segnale del crescente interesse del sistema dell’arte globale per il capoluogo lombardo. Un interesse alimentato da un mix di fattori: un regime fiscale particolarmente attrattivo per i nuovi residenti stranieri con grandi possibilità economiche, un tessuto di collezionismo storico di altissimo livello, e una vasta base imprenditoriale che garantisce una domanda significativa e stabile di arte contemporanea. A questi si aggiunge l’effetto trainante dei grandi eventi come le Olimpiadi invernali 2026, che stanno ulteriormente accelerando il processo di internazionalizzazione della città, e che produrranno un probabile, nuovo ‘effetto Expo’.
Ma proprio mentre Milano sembra avvicinarsi al suo obiettivo di diventare uno dei principali hub artistici europei, emerge con forza una contraddizione che rischia di minarne le ambizioni più profonde. La stessa attrattività che porta in città gallerie prestigiose e grandi capitali sta infatti producendo, come nota Antonio Calabrò in un’altra riflessione sul futuro della città uscita nello stesso giorno, una spirale di innalzamento del costo della vita che sta rendendo e renderà sempre più difficile per giovani artisti, curatori e altri professionisti creativi stabilirsi e crescere professionalmente in città. Un fenomeno che si inserisce in un più ampio processo di gentrificazione che sta trasformando interi quartieri storicamente caratterizzati da un mix sociale e culturale in aree sempre più omogeneamente abbienti.
Questa dinamica solleva una questione cruciale: può una città essere davvero un hub artistico se non riesce a calamitare i nuovi talenti? L’evidenza storica suggerisce di no. Tutte le grandi capitali dell’arte, da Parigi a New York a Londra, hanno costruito il loro status attraverso la capacità di attrarre e nutrire nuove generazioni di artisti, spesso concentrati in quartieri relativamente accessibili, trasformando queste città in poli globali di innovazione culturale. Ma non a caso, anche queste gradi metropoli si trovano oggi ad affrontare un simile dilemma, con prospettive di soluzione non sempre rosee, come ad esempio nel caso di Londra, dove l’estrema finanziarizzazione del mercato immobiliare ha espulso gran parte dei professionisti creativa dai quartieri centrali quando non dai confini della città, trasformando aree un tempo culturalmente vibranti in sterili vetrine del lusso globale.
Il rischio per Milano è quindi quello di trasformarsi a propria volta in un “art display” - una città-vetrina dove si espone e si vende arte prodotta altrove, ma dove la produzione creativa originale viene progressivamente marginalizzata dalla pressione dei costi e delle logiche immobiliari. La sfida è particolarmente rilevante per l’Italia, perché Milano gioca un ruolo trainante nell’economia culturale e creativa nazionale. Se la città non riesce a mantenere la sua vitalità creativa, non è solo il suo status ad essere a rischio, ma la sua funzione di acceleratore dell’innovazione culturale per l’intero paese.
La soluzione passa necessariamente da politiche che mettano al centro l’accessibilità e l’inclusione sociale. Servono interventi concreti sul mercato immobiliare che preservino spazi a costi accessibili per studi d’artista e luoghi di produzione culturale. Serve un ripensamento delle politiche culturali che bilanci il sostegno alle grandi istituzioni con il supporto all’arte emergente e agli spazi indipendenti. Serve una strategia di sviluppo urbano che preservi e sottragga alle logiche immobiliari più brutali quei quartieri che ancora mantengono una


