World Winter Games 2025

Per gli Special Olympics lo sport è competizione e cura

In gara a Torino 1.500 atleti con disabilità intellettive: sciare, pattinare, danzare sul ghiaccio è cura della mente e strada di salvezza

Cerimonia di benvenuto della Torcia della Speranza degli Special Olympics 2025.  Presso Stazione di Porta Nuova a Torino. (Matteo Secci / LaPresse)

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Alla fine, il viaggio conta sempre più della meta. Ci saranno medaglie da vincere agli Special Olympics Winter Games, ma quello che conta sarà arrivare lì, ognuno con la sua strada che, da sola, vale più dell’oro. Si svolgeranno dal 9 marzo al 15 marzo a Torino (oggi, 8 marzo 2025, la cerimonia di apertura all’Inalpi Arena), dove sono giunti atlete e atleti con disabilità intellettive per l’evento sportivo più importante dell’anno. Come ogni quadriennio olimpico è scandito da Olimpiade estiva e invernale, così accade per gli Special Olympics: Summer Games nel 2023 a Berlino e i prossimi nel 2027 a Santiago del Cile, ora a Torino, i Giochi invernali. In Italia, sono in gara 1.500 atleti da 102 Paesi a rappresentare un movimento che coinvolge nel mondo 5 milioni di persone in 180 Stati (il presidente dell’associazione in Italia è Angelo Moratti), un milione di volontari, con 100mila eventi all’anno. Sono numeri importanti, di un movimento in crescita, che pesa nel mondo dello sport, non solo moralmente.

Ma perché anche per gli Special Olympics conta il percorso più della meta? Essere lì più delle medaglie e dei record? La risposta è nel bellissimo giuramento che ogni atleta presta prima delle competizioni: «Che io possa vincere. Ma, se non ci riuscissi, che io possa tentare con tutte le mie forze». E dentro «tutte le mie forze» c’è un mondo da esplorare, c’è il viaggio che ogni atleta ha compiuto: i propri limiti sono i traguardi da superare, quelli che fanno vincere.

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Se possibile, rispetto alla disabilità fisica, il disturbo mentale è più insidioso, striscia silenzioso, lascia lo stigma sulle persone che restano nell’ombra, peggiorando il loro male. La torcia olimpica degli Special Olympics invece li illumina. A Torino, Bardonecchia, Sestriere e Pragelato, le gare di sci alpino e nordico, snowboard, corsa sulle racchette da neve, pattinaggio artistico e velocità, danza sportiva e floorball (la versione dell’hockey su ghiaccio, giocato senza pattini, né protezioni) arrivano per sorprenderci o aprirci gli occhi: gli Special Olympics che danzano, pattinano e sciano hanno trovato gioia e realizzazione. Così, se lo sport per i normodotati è cura del corpo, per gli atleti paralimpici è capacità di andare oltre i limiti fisici con coraggio, per gli Special Olympics è cura della mente, è strada di salvezza, via di fuga, viaggio per trovare un equilibrio. A noi che saremo in tribuna non resterà che tifare, goderci lo spettacolo e prestare attenzione: lo sport accende i fari su un mondo che finisce di rado sui giornali e in tv ma è un mondo che ci riguarda perché vive il nostro tempo e chiede di essere integrato. E non incluso. Perché inclusione porta con sé il non detto di un “corpo estraneo” che va inglobato in un altro. Invece, grazie allo sport, gli Special Olympics si integrano, trovano un loro equilibrio che a noi, spettatori spesso distratti, pare impossibile.

Il movimento, fondato nel 1968 da Eunice Kennedy Shriver, sorella di JFK, è praticamente ovunque nel mondo e si fa trascinare da storie di rinascita e luce. A Torino, nel torneo di floorball, se la giocano gli atleti della Môreson School di Windhoel, in Namibia: i Brave Boys sono quasi tutti orfani ma con lo sport trovano forza, scopo e una famiglia. Ecco il loro percorso, mettere insieme pezzi di vita che non hanno più.

Michal Dolinsky viene dalla Slovacchia e ha una disabilità così profonda da impedirgli di montare gli sci ma, dopo che i suoi assistenti gliene hanno creati di sartoriali su di lui, scende come una scheggia sui pendii più ripidi, nel Matp, il Motor activities training program, studiato per persone con disabilità intellettive gravi: «Quando vede i monosci, inizia a tremare, tremano le mani e le gambe ed è emozione pura. Sa che sta per fare sport», dice il suo allenatore. Non si ricorda più di essere un atleta con disabilità intellettive, ma è semplicemente e nella totalità, Michal, felice della vita.

Anche la storia di Ines Kwaschnowitz e Jasmin Stopfkuchen è speciale. Le due ragazze tedesche giocano insieme nel floorball e Jasmin aiuta Ines, sono una squadra fortissima: camminano mano nella mano durante il riscaldamento, si scambiano sguardi e consigli in gara. E rappresentano un altro spicchio di Special Olympcis, gli SO Unified Sports, che riuniscono atleti con e senza disabilità intellettive per allenarsi e competere nella stessa squadra. Ines lo confessa: questo è un viaggio di trasformazione, questo è prendersi cura del corpo, non sgarrare con la dieta e ascoltare Jasmin, una terapista, che le sa creare un ambiente adatto al suo talento. Così, può dare il meglio in gara e nella vita di ogni giorno.

Anche a Torino, dove il Comitato organizzatore ha lavorato sotto la presidenza di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, vinceranno quotidianità, sorrisi spontanei e abbracci di vita. E a noi che saremo a fare il tifo resterà una domanda umanissima: che cosa c’è di più normale dell’aggettivo “speciale”’?

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