Perché le Borse europee tifano Biden. E anche la Cina
I primi segnali grafici indicano che sia nell'immediato quanto in futuro i listini continentali potrebbero trarre maggiore giovamento da una vittoria del candidato democratico
di Vito Lops
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Wall Street in fondo non guarda né l'onda rossa (Trump), né l'onda blu (Biden). L'onda che piace più agli investitori è quella della liquidità. E attendono che giovedì 5 novembre alle 20.15 ora italiana la Federal Reserve annunci qualcosa di importante. Anche perché il suo bilancio è rimasto ancorato da luglio a quota 7mila miliardi di dollari, livello record a cui lo aveva portato (aumentandolo di 3mila miliardi in tre mesi) per far fronte all'emergenza pandemica. Da allora però non si è mosso, e questo ha iniziato a suscitare qualche malumore, unitamente allo stop su un nuovo pacchetto di stimoli fiscali negli Usa per via dello stallo parlamentare.
Se la liquidità resta il tassello più importante del puzzle delle elezioni Usa è però evidente che una vittoria del candidato democratico o una conferma del mandato al repubblicano non risulteranno comunque indifferenti. Tanto per le classi di investimento quanto per singole aree geografiche. Ad esempio, le Borse europee hanno più di un motivo per tifare Biden. Così come la Cina. Cerchiamo di capire perché.
La guerra commerciale con Pechino
In primo luogo perché Biden potrebbe smorzare un po' i toni della guerra commerciale con Pechino e ridurre i contrasti commerciali inaspritisi tra Trump e Bruxelles. Del resto è la stessa reazione dei mercati a confermare questa tesi. Durante lo spoglio dei primi voti, non appena si è intuito che la partita era ancora aperta lo yuan è sceso a 6,69 nei confronti del dollaro, il livello più basso da un mese. Lo stesso ha fatto il dollaro australiano, correlato all'andamento della divisa cinese e da molti esperti utilizzato al pari dello yuan come benchmark per misurare il livello di tensioni commerciali tra Usa e Cina.
Anche l'andamento dei futures sulle Borse europee nella notte tra il 3 e il 4 novembre ha mostrato segnali di forte nervosismo mentre la prima conta dei voti riaccreditava le probabilità di vittoria di Trump (date alla vigilia appena al 10%). I futures sul Dax 30 – l'indice più votato all'export dell'Eurozona e quindi più sensibile al tema dazi – sono arrivati a perdere oltre il 2%, nello stesso momento in cui i contratti sul tecnologico Nasdaq volavano vicino a +3%.
Il fattore reflazione
Da questa prima lettura è evidente che i listini europei facciano quindi il tifo per Biden. Ma c'è un'altra lettura, un po' più profonda, che conduce nella stessa direzione e che avvicina gli interessi di Cina ed Europa su un'uscita di scena definitiva di Trump. E si chiama reflazione. Anche in questo caso i grafici parlano chiaro. Prima delle elezioni gli investitori si sono po' sbilanciati andando a prezzare sempre con più convinzione una vittoria di Biden. Questo non solo ha fatto correre l'indice Russell 2000 (dove sono incluse le società a medio-piccola dimensione Usa rappresentative dell'economia domestica) più del Nasdaq. Ma ha anche spinto i rendimenti dei Treasury a 10 anni fino allo 0,9%. Due movimenti armonici, fedeli alla narrazione di un'accelerazione delle reflazione, ovvero di un ritorno dell'inflazione a fronte però di politiche monetarie ancora accomodanti.

