Scenari

Perché la guerra all’inflazione non è ancora vinta. I rischi di una seconda ondata

Alcuni indicatori proiettano un possibile futuro nuovo rialzo dell’inflazione dopo l’attuale discesa. Ecco perché è ancora il caso di restare prudenti

di Vito Lops

I prezzi rallentano ma l'inflazione resta a due cifre

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Una seconda ondata dell’inflazione. È questo il più grande rischio che pesa sul recupero dei mercati finanziari. Un rischio che in questa prima parte dell’anno l’azionario sembra ignorare - considerati i rialzi a doppia cifra dei principali indici borsistici - ma che non può essere escluso del tutto. Ci sono infatti alcuni segnali che invitano alla prudenza. La Federal Reserve di Cleveland elabora l’andamento dell’inflazione in tempo reale, giorno dopo giorno, negli Stati Uniti. Il dato - che prende il nome di “inflation nowcasting” - evidenzia un aumento su base mensile dell’indice headline (quello che tiene conto di tutte le componenti, anche le più volatili rappresentate da energetici e alimentari).

Segnali inquietanti

A inizio gennaio la variazione mensile di questo indicatore era allo 0,49% mentre venerdì si attestava allo 0,63%. Sembrerebbero briciole questi 14 punti base in più: in realtà si tratta di un aumento da non sottovalutare soprattutto perché, se confermato, interromperebbe l’attuale tendenza disinflazionistica su cui stanno puntando dritto gli investitori che sono tornati ad acquistare i titoli tecnologici e dei consumi discrezionali, quelli più sensibili al tema tassi e i primi, in teoria, a muoversi al rialzo quando il mercato fiuta uno stop delle politiche aggressive delle banche centrali.

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Ma se l’inflazione dovesse rialzare la testa e rivelarsi più sticky (appiccicosa) del previsto allora il lavoro fatto fin qui - con la Fed che ha portato i tassi al 4,75% e li proietta in area 5,25% e Bce che punterebbe come tasso di approdo in area 3,5% - potrebbe essere rimesso in discussione. In quel caso il clima di risk-on sui mercati azionari potrebbe girare rapidamente in risk-off. Del resto i dati relativi al mercato del lavoro negli Usa pubblicati ieri (nuove buste paga a gennaio a 517mila unità contro le 185mila attese e disoccupazione al 3,4%, lontana dall’obiettivo della Fed al 4,5%) complicano ulteriormente la faccenda.

La performance del rame

Anche i prezzi di alcune materie prime non lasciano dormire sonni tranquilli. Dai minimi di luglio il rame è risalito del 40%. Solitamente è considerato un anticipatore dell’inflazione statunitense che tende ad incamerare questo movimento con tre mesi di ritardo. Livelli di attenzione anche nell’Eurozona dove in Spagna a gennaio l’inflazione core (quella che non tiene conto di energetici ed alimentari) è balzata oltre le attese al 7,5% superando paradossalmente il paniere complessivo (5,8%). Anche in Francia l’inflazione è risalita dal 5,9% al 6%.

Attenzione ai salari

Altro aspetto da non sottovalutare è il tema dei salari. Ha fatto notizia il recente annuncio da parte di Walmart - la più grande catena di distribuzione retail negli Stati Uniti - che ha aumentato i salari minimi del 17% (da 12 a 14 dollari). Quando anche i salari crescono è come se venisse messo una sorta di bollino definitivo, di certificazione, all’inflazione che si è creata. Difficile tornare indietro. Più probabile che i prezzi continuino a salire. Le banche centrali confidano che presto questo percorso non superi il 2% ma se i mercati finanziari continuano a salire Fed e Bce potrebbero avere un compito ancora più difficile considerato che migliorano le condizioni finanziarie e anche potenzialmente la capacità di spesa dei cittadini/investitori. Con annesse pressioni inflazionistiche. La guerra ai prezzi non è ancora vinta.

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