Scenari globali

Perché la guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina non è finita con Trump

Perché la guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina non è finita con Trump.

di Fabrizio Onida

(Afp)

4' min read

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L’uscita di scena di Donald Trump e la lotta contro la pandemia stanno incidendo sullo scenario geopolitico entro cui si muovono Stati Uniti ed Europa nei confronti col gigante cinese. La “guerra sui dazi” enfaticamente scatenata da Trump contro la Cina nel gennaio 2018, e allargata agli scambi con la Ue, ha mancato l’obiettivo di correggere il disavanzo commerciale degli Usa. Il minor disavanzo bilaterale con la Cina è stato notevolmente compensato da maggiori disavanzi con il Messico e vari Paesi dell’Asia orientale. La macroeconomia elementare insegna che il disavanzo esterno degli Usa non dipende tanto dalla concorrenza selvaggia dei Paesi manifatturieri emergenti a bassi salari, ma riflette essenzialmente la scarsità di risparmio domestico statunitense rispetto agli investimenti e al disavanzo pubblico corrente. Peggio ancora, dazi e restrizioni all’export nei confronti dei Paesi meno sviluppati di norma producono più perdenti che vincenti tra le imprese nazionali, rendendo meno agevole e più costoso e il ricorso alle assai diffuse reti internazionali di fornitura di prodotti, componenti e materiali (le catene internazionali del valore). In prossimità delle elezioni americane dello scorso novembre serpeggiava un discreto malcontento nel business Usa contro la politica aggressiva di Trump.

Ma piu che i dazi conta oggi la guerra tecnologica con la Cina. Su questo fronte nel 2019 Trump ha invocato ragioni di sicurezza militare, bloccando l’esportazione di microprocessori americani alla multinazionale cinese Huawei e si è spinto a chiedere il blocco anche per i chip prodotti altrove con macchinari statunitensi. I risultati sembrano deludenti, dal momento che diverse grandi imprese tecnologiche americane come Qualcomm, Micron Technology e Skyworks Solutions riescono ad aggirare il blocco vendendo i medesimi chip a Paesi che poi rivendono a Huawei. Due terzi della produzione americana di Qualcomm e Micron Technology è assorbita dal mercato cinese.

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In risposta a divieti (introdotti da Trump) di fare affari con una sessantina di aziende cinesi considerate vicine alla Difesa, Pechino minaccia di ripetere una stretta sull’export delle cosiddette terre rare (materiali strategici per un’ampia gamma di industrie avanzate come batterie, magneti degli aerei Lockheed, generazione di energia eolica ecc.) per 17 delle quali la Cina detiene l’80% delle riserve mondiali.

Nella campagna elettorale del 2019 Biden contrastava la linea Trump negando che la Cina fosse un vero temibile rivale strategico. Oggi l’amministrazione Biden è invece ben consapevole che la competizione nelle alte tecnologie rappresenta una sfida aperta senza precedenti, in cui la Cina continua a fare passi da gigante, superando ogni periodica previsione.

La cinese Huawei punta ormai a produrre chip da 20nm (un nanometro è un milionesimo di millimetro) entro la fine del 2022, accorciando la distanza dalla frontiera produttiva degli Usa.

La Tsmc (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, prima “fonderia pura” di silicio al mondo), che fornisce chip a Huawei come ad Apple e Microsoft, oggi produce chip da 5nm e punta all’incredibile spessore di 3nm entro il 2023.

Non meravigliano questi risultati, dato che secondo il National Bureau of Statistics di Pechino nel 2020 la spesa cinese in Ricerca e sviluppo è stata di 378 miliardi di dollari, il 2,4% del Pil. Il presidente Xi Jinping promette di investire 1.400 miliardi di dollari entro il 2025 per accrescere l’indipendenza tecnologica di Pechino. Da tempo la Cina è in testa alla classifica mondiale come numero di laureati in scienze e ingegneria.

Come già segnalava il briefing sul chipmaking su «The Economist» del 1 dicembre 2018, il grande programma “Made in China 2025”, lanciato da Xi Jinping nel 2015, punta a sospingere il valore della produzione dell’industria domestica dei chip da 65 miliardi di dollari del 2016 a 350 miliardi nel 2030, alzando da uno a due terzi la copertura della domanda interna da parte della produzione nazionale. Il programma mira anche ad attrarre investimenti esteri e ad accelerare lo sviluppo nazionale in 190 settori-chiave come Intelligenza artificiale, aerospazio, alta velocità, scienza degli oceani, biomedicale avanzato.

Presso gli osservatori smaliziati scevri da pregiudizi ideologici prevale l’opinione («Foreign Affairs», 3 giugno 2020) che il disaccoppiamento (decoupling) degli Usa dalla Cina sarebbe una follia, mentre occorre cercare una ricomposizione (recoupling).

Il nuovo Segretario di Stato americano Antony Blinken, pur criticando il recente accordo Europa-Cina sugli investimenti, punta a riavvicinare la Cina, ma da posizioni di forza, cercando alleanze con l’Ue e i partner asiatici e rafforzando il Quad (Usa-Giappone-India-Australia) come dimostra una intervista di Hillary Clinton a Blinken.

Gli Usa ritengono l’Europa ancora non abbastanza sensibile alla minaccia cinese sulla sicurezza e la competizione tecnologica.

Nella diplomazia bilaterale con la Cina, Biden insisterà sulla denuncia della repressione dei diritti civili degli Uiguri nello Xinjang; e quindi su una ricerca di un equilibrio fra restrizioni all’export di tecnologie sensibili e offerta di collaborazione in un’area su cui Cina sta rapidamente guadagnando terreno.

Biden riaffermerà comunque, con uno stacco netto dalla linea trumpiana dell’America First, una forte propensione al multilateralismo. Fra i molti segnali già emersi vi è il rientro nell’accordo di Parigi sul clima, la sospensione dei dazi legati alla controversia Boeing-Airbus e l’appoggio alla neoeletta nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala come Direttore generale della Wto (164 Paesi membri) con l’impegno a «pervenire a riforme sostanziali e procedurali dell’Organizzazione». Ci auguriamo che seguirà tra non molto lo sblocco del tribunale d’appello della Wto (Appellate body) paralizzato dal rifiuto di Trump di nominare i membri scaduti. Potremmo anche assistere, superando molte diffidenze soprattutto da parte europea, a un rilancio della ambiziosa Transatlantic Trade and Investment Partnership, o Ttip.

Resta comunque un punto di fondo: come l’Occidente può competere con il “capitalismo di Stato” riproposto con forza da Xi Jinping dall’inizio della sua nomina a Segretario generale del Partito comunista cinese nel 2012? Una lettura stimolante è suggerita dall’ultimo libro di Nicholas Lardy (The State strikes back, Columbia University Press), da molti anni il massimo esperto di Cina nel prestigioso Peterson Institute for International Economics di Washington.

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