Perché la guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina non è finita con Trump
Perché la guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina non è finita con Trump.
di Fabrizio Onida
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L’uscita di scena di Donald Trump e la lotta contro la pandemia stanno incidendo sullo scenario geopolitico entro cui si muovono Stati Uniti ed Europa nei confronti col gigante cinese. La “guerra sui dazi” enfaticamente scatenata da Trump contro la Cina nel gennaio 2018, e allargata agli scambi con la Ue, ha mancato l’obiettivo di correggere il disavanzo commerciale degli Usa. Il minor disavanzo bilaterale con la Cina è stato notevolmente compensato da maggiori disavanzi con il Messico e vari Paesi dell’Asia orientale. La macroeconomia elementare insegna che il disavanzo esterno degli Usa non dipende tanto dalla concorrenza selvaggia dei Paesi manifatturieri emergenti a bassi salari, ma riflette essenzialmente la scarsità di risparmio domestico statunitense rispetto agli investimenti e al disavanzo pubblico corrente. Peggio ancora, dazi e restrizioni all’export nei confronti dei Paesi meno sviluppati di norma producono più perdenti che vincenti tra le imprese nazionali, rendendo meno agevole e più costoso e il ricorso alle assai diffuse reti internazionali di fornitura di prodotti, componenti e materiali (le catene internazionali del valore). In prossimità delle elezioni americane dello scorso novembre serpeggiava un discreto malcontento nel business Usa contro la politica aggressiva di Trump.
Ma piu che i dazi conta oggi la guerra tecnologica con la Cina. Su questo fronte nel 2019 Trump ha invocato ragioni di sicurezza militare, bloccando l’esportazione di microprocessori americani alla multinazionale cinese Huawei e si è spinto a chiedere il blocco anche per i chip prodotti altrove con macchinari statunitensi. I risultati sembrano deludenti, dal momento che diverse grandi imprese tecnologiche americane come Qualcomm, Micron Technology e Skyworks Solutions riescono ad aggirare il blocco vendendo i medesimi chip a Paesi che poi rivendono a Huawei. Due terzi della produzione americana di Qualcomm e Micron Technology è assorbita dal mercato cinese.
In risposta a divieti (introdotti da Trump) di fare affari con una sessantina di aziende cinesi considerate vicine alla Difesa, Pechino minaccia di ripetere una stretta sull’export delle cosiddette terre rare (materiali strategici per un’ampia gamma di industrie avanzate come batterie, magneti degli aerei Lockheed, generazione di energia eolica ecc.) per 17 delle quali la Cina detiene l’80% delle riserve mondiali.
Nella campagna elettorale del 2019 Biden contrastava la linea Trump negando che la Cina fosse un vero temibile rivale strategico. Oggi l’amministrazione Biden è invece ben consapevole che la competizione nelle alte tecnologie rappresenta una sfida aperta senza precedenti, in cui la Cina continua a fare passi da gigante, superando ogni periodica previsione.
La cinese Huawei punta ormai a produrre chip da 20nm (un nanometro è un milionesimo di millimetro) entro la fine del 2022, accorciando la distanza dalla frontiera produttiva degli Usa.

