USA

Perché Trump vuole bloccare il Chips Act, e cosa significa per il mercato

Molti fondi sono stati già erogati, ma ora il Presidente vuole che i rimanendi vengano investiti per risanare il debito

FILE PHOTO: An Intel Corporation logo is seen on a sticker on a laptop for sale in Queens, New York, U.S., November 16, 2021. REUTERS/Andrew Kelly/File Photo

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Basta soldi ai giganti dei semiconduttori con Chips Act, e impiegare quelle risorse per sanare il debito. E’ il monito arrivato da Donald Trump durante il suo discorso al Congresso, 43 giorni dopo il suo ritorno alla Casa Bianca. «Il vostro Chips Act Act è una cosa orribile, orribile. Diamo centinaia di miliardi di dollari e non significa niente. Prendono i nostri soldi e non li spendono» ha detto il tycoon, che ha anche aggiunto: «Dovreste sbarazzarvi del Chips Act e qualsiasi cosa rimanga, signor Presidente, dovreste usarla per ridurre il debito».

Il «qualsiasi cosa rimanga» non è banale, perché i miliardi del chips act sono in parte già stati erogati. Ma ci torniamo dopo.

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Il “Chips and Science Act” è una legge federale degli Stati Uniti approvata nell’agosto 2022 dall’allora presidente Joe Biden. L’obiettivo era chiaro: potenziare la produzione di semiconduttori negli Stati Uniti così da ridurre la dipendenza dalle importazioni, in particolare da Taiwan, Cina e Corea del Sud. Qualcosa di simile, giova ricordarlo, è successo anche in Europa, con l’European Chips Act che è stato approvato nel 2023, e che mira a raddoppiare la quota di mercato globale dell’UE nei semiconduttori entro il 2030.

Ma torniamo a Trump. Il presidente Repubblicano, in queste prime settimane alla Casa Bianca, sta mostrando a più riprese di seguire l’idea dei tagli. E non è un caso che abbia messo Elon Musk a capo del Doge, un dipartimento dedicato ad ottimizzare (costi quel che costi) la spesa pubblica

La scure sul Chips Act, dunque, è solo l’ultima in ordine di tempo. Ma rischia di avere impatti notevoli.

In parte, lo dicevamo, i soldi previsti da questa legge sono stati erogati: durante l’amministrazione Biden, il Dipartimento del Commercio ha finalizzato oltre 33 miliardi di dollari in premi, tra cui 4,745 miliardi per la sudcoreana Samsung Electronics, fino a 7,86 miliardi per Intel, circa 6,6 miliardi per Taiwan Semiconductor Manufacturing Co (TSMC) e 6,1 miliardi per Micron.

Ora Trump vuole chiudere i rubinetti. E la sua proposta porta in grembo potenziali implicazioni significative per le aziende coinvolte. Ad esempio, Intel ha annunciato investimenti significativi negli Stati Uniti, supportati dai sussidi previsti dal Chips Act. La revoca di questi fondi potrebbe influenzare i piani di espansione dell’azienda, già in grande difficoltà e ancora alla ricerca di un nuovo Ceo dopo l’allontamentamento di Gelsinger.

Non a caso le azioni di Intel sono crollate negli ultimi due giorni, perdendo quasi l’8%.

Anche TSMC si guarda intorno. I progetti del gigante taiwanese di aprire stabilimenti negli Stati Uniti vengono messi pesanemente in discussione da questa mossa di Trump, anche perché l’azienda dovrebbe ancora ricevecere circa 10 miliardi dalle casse USA.

Ma la scelta di Trump sembra anche abbastanza in controtendenza rispetto ad altre uscite del Presidente americano. Più volte, infatti, Trump ha ribadito la volontà di americanizzare la produzione di chip. Senza dimenticare gli attacchi - pre elettorali - a Taiwan, ritenuta responsabile della perdita della leadership statunitense nel settore dei semiconduttori.

Intanto, la proposta di abrogare il Chips Act ha suscitato reazioni contrastanti. La governatrice di New York, Kathy Hochul, ha affermato che la legge «è la ragione per cui Micron sta portando 100 miliardi di dollari e 50.000 posti di lavoro nella zona centrale di New York», sottolineando l’importanza dei sussidi per l’economia locale. Allo stesso modo, il rappresentante Greg Stanton ha definito i commenti di Trump un «attacco diretto all’industria dei semiconduttori dell’Arizona e a decine di migliaia di lavoratori dell’Arizona», evidenziando come investimenti come quello di TSMC non sarebbero avvenuti senza la legge.

I prossimi giorni saranno importanti per capire qual è la reale strategia della Casa Bianca. Ad oggi, circa il 90% dei semiconduttori avanzati proviene da Taiwan. E gli USA temono un blocco dell’approvvigionamento in caso di tensioni con la Cina. Anche società del calibro di Apple e Nvidia (due delle regine di Wall Street) sono visveralmente legate a TSMC, e un’eventuale azione cinese sull’isola metterebbe a rischio l’approviggionamento.

La palla ce l’ha Trump, adesso. Ma il futuro è incerto.

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