Pere, in 5 anni persi i tre quarti del raccolto. Gli operatori: aiuti insufficienti
Nomisma: in 12 anni le superfici coltivate sono diminuite del 35%. Allarme Alleanza Cooperative: al crollo produttivo quest’anno si aggiunge il calo dei prezzi per il deterioramento qualitativo
di Emiliano Sgambato
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È crisi profonda del mercato delle pere: nel 2023 la produzione ha registrato un crollo del 75% rispetto ai volumi prodotti nel 2018, mentre il calo delle superfici in 12 anni è del 35%. È la fotografia scattata da Nomisma per Alleanza Cooperative Agroalimentari con il supporto di Nomisma, in un evento organizzato al Masaf.
Dodici anni fa in Italia si producevano 926mila tonnellate di pere, mentre quest’anno la produzione si è fermata, per via di eventi atmosferici avversi, a 180mila tonnellate. Che il calo sia di natura strutturale è confermato dal trend delle superfici con circa 15mila ettari perduti.
La crisi è concentrata in particolare nelle regioni del nord, principale bacino produttivo del pero in Italia. Le regioni Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, che detengono il 74% delle superfici hanno registrato tutte un netto calo di ettari coltivati, con la sola eccezione del Piemonte.
A questo si è aggiunto anche un progressivo calo dei prezzi per il deterioramento qualitativo.
«Le rese produttive – spiega Ersilia Di Tullio di Nomisma – sono passate da una media di 20,6 tonnellate per ettaro del 2022 alle 7,5 di quest’anno».
Situazione negativa anche in Europa dove il calo produttivo è del 12,2% dal 2020 al 2022, a fronte di una crescita esponenziale di paesi extra-Ue, come l’Argentina (+13,8% negli ultimi due anni).
«Se negli anni addietro i nostri problemi erano il mercato e l’apertura di nuovi sbocchi commerciali, quest’anno purtroppo non siamo proprio riusciti a produrre», ha detto Davide Vernocchi, coordinatore ortofrutta di Alleanza Cooperative.
Numerose le calamità che hanno causato questo drastico calo produttivo, connesse al cambiamento climatico e all’impatto di insetti e parassiti: nel 2019 la cimice asiatica, nel 2021 le gelate tardive, nel 2022 la siccità, per finire nel 2023 con nuove gelate e i danni dell’alluvione.
«Il rischio fin troppo evidente – ha commentato il presidente di Alleanza Cooperative Agroalimentari Carlo Piccinini – è quello di veder aumentare il ricorso alle importazioni. Nel 2018 la bilancia commerciale era in attivo (+92mila tonnellate), a fine 2022 il saldo tra import ed export è passato in negativo (- 48mila). Mentre le esportazioni di pere hanno avuto un drammatico calo in volume (-62% dal 2018 al 2022), le importazioni da Olanda, Spagna, Argentina, ma anche Cile e Sud Africa, hanno registrato nello stesso periodo un incremento in volume del 70%. Il caso del pero è emblematico di quello che può accadere ad altri prodotti ortofrutticoli ed agroalimentari. Non appena manca un prodotto in Europa, il vuoto viene automaticamente occupato da produzioni di altri paesi extra-Ue, che hanno standard inferiori, sia in termini di sicurezza che di qualità».


