Energia

Prezzi del petrolio vicini ai minimi: l’Arabia Saudita spaventa il mercato

Indiscrezioni di stampa pesano sul mercato, insieme a una possibile ripresa delle forniture dalla Libia. Brent giù di oltre il 3% e di nuovo vicino ai minimi triennali

di Sissi Bellomo

(Adobe Stock)

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L’Arabia Saudita potrebbe essere vicina a cambiare tattica sul petrolio, smettendo di sacrificare la produzione e ingaggiando piuttosto una nuova guerra dei prezzi, come quelle già condotte più volte in passato, anche in anni recenti.

A risvegliare le speculazioni su questa ipotesi (che a onor del vero circola già da tempo, vista la scarsa efficacia dimostrata dai tagli Opec+) è stato il Financial Times, con un articolo che ha inferto un ulteriore colpo alle quotazioni del greggio: dopo il tonfo di mercoledì 25 il Brent ha di nuovo perso circa il 3% giovedì, ripiegando sotto 71 dollari al barile, vicino ai minimi triennali di inizio settembre (quando era brevemente sceso sotto quota 70 dollari).

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Il mercato non sembra aver ricevuto alcun sostegno dagli stimoli all’economia varati in Cina, né dall’uragano Helene nel Golfo del Messico. Ha invece probabilmente pesato l’accordo, raggiunto con la mediazione dell’Onu, per la nomina di un nuovo presidente della banca centrale in Libia: passo che potrebbe risolvere la contesa fra Tripoli e Bengasi, portando alla fine del boicottaggio con cui quest’ultima ha più che dimezzato le forniture petrolifere dal Paese (dall’osservazione dei traffici marittimi, scrive Reuters, risulta che l’export di greggio a settembre è crollato in media a 400mila barili al giorno, da un milione circa in precedenza).

Quanto alle suggestioni offerte dall’articolo del quotidiano britannico, hanno certamente colpito l’attenzione. Nell’articolo si citano fonti anonime «vicine al pensiero saudita», secondo cui Riad è «pronta ad abbandonare il suo target non ufficiale di prezzo di 100 dollari al barile, mentre si prepara ad aumentare la produzione».

Si tratta di un «cambio rilevante» di approccio, commenta l’Ft, nonché di un «segnale che il regno è rassegnato a un periodo di prezzi più bassi per il petrolio». L’Arabia Saudita – che gode di costi produttivi tra i più bassi al mondo – potrebbe puntare in questo modo a vincere la concorrenza, per riconquistare le quote di mercato che ha perso negli ultimi anni, sopportando il peso di oltre un terzo dei tagli decisi dall’Opec+.

Sarebbe la replica di una strategia già sperimentata in passato, non sempre con successo. La più celebre ed efficace “guerra dei prezzi” Riad la scatenò a metà anni 80, ma ce ne sono state anche in tempi più recenti: ad esempio nel 2014 (quando però non riuscì a sconfiggere il nemico numero uno: lo shale oil degli Stati Uniti) e poi nel 2020, quando si mise di mezzo Donald Trump – che all’epoca sedeva alla Casa Bianca – per arginare il rovinoso crollo dei prezzi del barile provocato dal Covid e accentuato da dissapori tra Arabia Saudita e Russia. Riad e Mosca alla fine fecero la pace e con una storica, per quanto informale, collaborazione offerta dagli Usa, decretarono enormi tagli di produzione.

Lo scenario suggerito dall’Ft, nonostante tutto, convince solo fino a un certo punto. Riad potrebbe in realtà non avere alcuna intenzione di inondare il mercato di petrolio, ma più semplicemente far sapere che non accetterà ulteriori rinvii del piano per il ritiro dei tagli, dopo lo slittamento di due mesi (da ottobre a dicembre) che l’Opec+ ha decretato all’ultimo vertice. Il vicepremier russo Alexander Novak, per quel che può valere, ha dichiarato che sulla riapertura dei rubinetti non è in discussione nessun cambio di programma.

Le indiscrezioni lasciate filtrare da Riad, come suggerisce qualche analista, potrebbero in fin dei conti essere un avvertimento rivolto soprattutto ai partner dell’Opec+ e in particolare a quei Paesi – tra cui Iraq e Kazakhstan – che dovrebbero recuperare i tagli produttivi finora non effettuati, spostando almeno una parte dei sacrifici futuri su spalle diverse da quelle saudite.

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