Pierpaolo Piccioli: «Il futuro del made in Italy è nelle persone, nell’accogliere e nel tramandare»
Inclusività, saper fare, la centralità delle emozioni anche nel produrre: la visione del direttore creativo di Valentino, che sta vincendo la sfida di portare la maison nel futuro
di Chiara Beghelli
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«Qualche giorno fa è venuto qui Giammetti, si è guardato intorno e ha detto “sai, mi piace questo casino”». Le stanze sono quelle preziose, con soffitto a cassettoni e affreschi, dell’ufficio affacciato su piazza Mignanelli, a pochi passi da piazza di Spagna, dove Giancarlo Giammetti e Valentino Garavani diedero vita alla loro maison. Oggi le abita Pierpaolo Piccioli, direttore creativo di Valentino dal 2008, prima con Maria Grazia Chiuri e dal 2016, quando Chiuri è stata chiamata alla guida di Dior, da solo. Il suo «casino» ha scompigliato l’ordine olimpico e il coerente glamour del passato con quadri appoggiati alle pareti in attesa di nuova sistemazione, ritratti di Pier Paolo Pasolini e Anna Magnani, appunti, libri, cartelle.
È una stanza in movimento, dove passato, presente e futuro convivono nella tensione della ricerca della contemporaneità. Nello studio di Piccioli non ci sono premi in esposizione, anche se il più recente risale a dicembre, quello come miglior designer di moda del 2022 assegnatogli dal British Fashion Council, la camera della moda britannica, solo l’ultimo dei riconoscimenti a chi ha portato Valentino – insieme al ceo Jacopo Venturini tornato in maison nel 2020 – a conti ultramiliardari (premi e numeri che rendono felici i proprietari di Mayhoola, il fondo del Qatar che rilevò la maison undici anni fa per 710 milioni di euro).
Ci sono invece le foto dei tre figli e della moglie, Simona, conosciuta e amata dai tempi della scuola a Nettuno, la città affacciata sul mare a 60 chilometri da Roma dove vivono convintamente da quando vi sono nati. L’attitudine serena di Piccioli, priva di certi cliché attesi dai designer di moda, scaturisce dalla sua fedeltà a se stesso: «Oggi un designer non deve vivere fra candele e fiori, in una torre d’avorio – spiega –, ma interagire con le persone, condividere con loro una visione, mettere nel proprio lavoro la propria unicità, la propria storia».
La sua storia è fatta dei sogni di un ragazzo che amava la moda tanto da prendere il treno dal litorale per arrivare proprio a piazza di Spagna e guadagnarsi un posto in prima fila, molte ore prima che iniziasse, per ammirare Donna sotto le stelle, show che portò l’alta moda in tv negli anni Novanta. Studente di design allo Ied di Roma, nelle maison romane è cresciuto, prima da Fendi, poi in Valentino, dove si occupava degli accessori quando c’era ancora il fondatore e la maison a sua immagine, meravigliosa e aristocratica, di fiori e candele. Oggi non ci sono tracce di rivoluzioni, ma la rivoluzione a piazza Mignanelli c’è stata, è in corso e procede, con la stessa morbida e pacata fermezza del tono di voce di Piccioli.
Un esempio: accanto allo storico rosso Valentino, dalla scorsa primavera ha reso il tono di fucsia codificato da Pantone come Pink PP by Valentino il nuovo colore-icona della maison. «Voglio essere testimone del mio tempo, raccontarlo con il linguaggio della moda. Per me è stato fondamentale portare un marchio noto per il suo lifestyle, per il suo edonismo, per l’ideale del successo e della perfezione, verso un’idea di community, che ne è esattamente l’opposto. E che non condivide più superfici, cose, ma valori».


