Pininfarina, l’uomo che regalò la bellezza all’automobile
di Valerio Castronovo
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La passione per un’auto dalle linee originali, Pininfarina l’aveva nel sangue, da quando aveva cominciato a lavorare in una piccola officina della periferia torinese messa su, ai primi del Novecento, dai suoi fratelli.
Decimo di undici figli, in una famiglia povera in canna, emigrata dall’Astigiano, Battista Farina (che in casa chiamavano Pinin) aveva saputo non solo maneggiare presto la lima e il martello, ma farsi anche apprezzare da quanti aveva modo di incontrare: innanzitutto Vincenzo Lancia, per cui nutriva una grande ammirazione.
Inoltre, nel 1911, gli era capitato di conoscere Giovanni Agnelli: «Più dei colpi d’ala, valeva il calcolo, la prudenza e sovente la grinta», avrebbe poi ricordato, con riferimento al leader della Fiat, che, rimasto ben impressionato dal fervore di quel giovanotto per nuovi modelli che non riproducessero «l’ornato o lo scenografico inutile», gli aveva regalato l’anno dopo la Zero , la prima vettura in serie costruita in Italia, nell’intento, all’occorrenza, di non lasciarselo scappare.
D’ingegno vivace, Pinin era impaziente già allora di fare di testa sua. E così, dopo la fine della Grande guerra, aveva voluto andare nel marzo 1920 in America dove era stata inaugurata nei reparti di carrozzeria la verniciatura alla nitrocellulosa. Ma aveva declinato l’offerta di Henry Ford per un ottimo incarico di lavoro.
Quel che aveva in mente era di coniugare la funzionalità con l’estetica, di «mettere insieme solidità, utilità e bellezza». A orientarlo in tal senso aveva contribuito la sua dimestichezza con Lancia. Ma «in un mestiere come il nostro, dove ciascuno è legato al proprio gusto, occorre un’autonomia netta ed efficiente». Pensava così di lasciare l’azienda di famiglia per costituirne una tutta sua. Ciò che era infine avvenuto nel 1930, grazie anche all’aiuto di una zia di sua moglie Rosa e di suo suocero, entrambi facoltosi biellesi.
