Imprese & ambiente

Più trasparenza per le catene del valore legate alla sostenibilità

La catena di approvvigionamento è diventata un elemento chiave per valutare la sostenibilità sociale e ambientale delle imprese.

di Ariela Caglio e Roberto Vincenzi

3' min read

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La catena di approvvigionamento è diventata un elemento chiave per valutare la sostenibilità sociale e ambientale delle imprese. Quindici anni fa, il concetto di trasparenza della supply chain era praticamente sconosciuto, ma oggi è un tema centrale per molteplici aziende in diversi settori, come l’alimentare, la moda e l’elettronica

Alcune imprese hanno saputo cogliere la sfida della trasparenza lungo la catena di approvvigionamento come un’opportunità per differenziarsi sul mercato e creare valore per i propri stakeholder. Nike ha iniziato a pubblicare l’elenco dei fornitori nel 2005 mentre Apple ha rivelato la lista dei suoi supplier nel 2012 e Unilever è diventata la prima azienda, nel 2018, a pubblicare le identità dei suoi fornitori di olio di palma. Le aziende stanno anche adottando nuove tecnologie per migliorare la trasparenza della supply chain: ad esempio, Marks & Spencer utilizza una mappa interattiva online per dare visibilità alla catena di approvvigionamento ed evidenziare gli sforzi per garantirne la sostenibilità. Princes Industrie Alimentari, gestore del più grande impianto europeo di trasformazione del pomodoro, ha implementato una piattaforma blockchain per rispondere alle richieste di tracciabilità da parte dei consumatori riguardo alla propria filiera.

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Le ragioni di questo crescente impegno alla trasparenza della supply chain sono evidenti: da un lato, le pressioni da parte di consumatori, Ong e altre parti interessate alla sostenibilità sono aumentate, spinte da una maggiore consapevolezza degli impatti sociali e ambientali della produzione globale. Dall’altro, esistono diverse normative a livello internazionale e nazionale che regolano la trasparenza e la tracciabilità della filiera e che si sono fatte più stringenti, come il recente Green Deal europeo che contiene diverse misure per garantire una transizione ecologica e sociale dell’economia.

Tuttavia, per rispondere a queste richieste, le aziende potrebbero cedere alla tentazione di esagerare o distorcere la sostenibilità delle loro catene di approvvigionamento, ricorrendo a pratiche di comunicazione fuorvianti o ingannevoli. Oltre al greenwashing e ad altre forme di “washing”, gli stakeholder sono potenzialmente esposti a pratiche di “supply chain washing”, ovvero al tentativo di presentare la supply chain in modo più favorevole di quanto sia effettivamente, tramite la comunicazione di informazioni fuorvianti o all’omissione di informazioni importanti.

Uno studio sviluppato in collaborazione fra Università Bocconi e London Business School mette sotto la lente d’ingrandimento tale fenomeno, comparando le catene di approvvigionamento reali delle aziende – tracciate attraverso le polizze di carico raccolte dall’Autorità di Frontiera degli Usa per i beni importati nel Paese – con quelle dichiarate, ovvero le supply chain di cui le stesse aziende fanno aperta menzione nei loro bilanci annuali, report di sostenibilità, comunicati stampa o durante conferenze con gli investitori. E mette in luce come la tendenza ad abbellire in senso “green” e “social” le catene di approvvigionamento sia un fenomeno tutt’altro che isolato. I fornitori che le aziende del campione menzionano nelle loro comunicazioni pubbliche presentano un rating di sostenibilità superiore
di circa il 15% rispetto a quelli impiegati ma non dichiarati. Inoltre, emerge un legame evidente tra il miglioramento del sentiment Esg di un
fornitore, che rappresenta un barometro della sua sostenibilità
aziendale, e la propensione del buyer a condividerne l’identità. Infine,
la tentazione al supply chain washing è più forte se l’azienda cliente
pubblica un report di sostenibilità e nel caso in cui operi in settori ad alto rischio di controversie Esg.

Questo gap tra realtà e narrazione solleva questioni cruciali sull’effettiva trasparenza e sull’impegno ambientale e sociale delle grandi imprese con importanti catene di approvvigionamento. E mentre consumatori e Ong domandano maggiore trasparenza, è anche necessario sottolineare due sfide principali per le aziende. Da un lato, vi è la questione della fattibilità e dei costi associati al monitoraggio e alla rendicontazione di catene di approvvigionamento complesse e multilivello. Dall’altro, vi sono considerazioni legate alla concorrenza. In alcuni settori, come quello dell’high-tech o dell’industria automobilistica, la divulgazione di informazioni relative a relazioni con fornitori altamente specializzati può compromettere la posizione competitiva di un’azienda, esponendo le sue strategie di approvvigionamento ai concorrenti e potenzialmente minando il suo vantaggio di mercato. In un contesto dove forze innovative e resistenze si intrecciano, il regolatore gioca un ruolo fondamentale. In Europa, la Corporate Sustainability Reporting Directive (Csrd) e la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (Csddd) presentano un quadro normativo ambizioso che mira a imporre una maggiore responsabilità e trasparenza per le catene del valore delle imprese. Riusciranno a sradicare il supply chain washing?

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