Pochi impianti e troppe norme: rifiuti e riciclo a rischio paralisi
di Jacopo Giliberto
3' min read
3' min read
Si profila un’estate rovente sul fronte dei rifiuti. E “rovente” va inteso in senso anche letterale, purtroppo: in qualche caso la soluzione che troveranno le ecomafie per liberarsi di rifiuti senza destinazione sarà ricorrere una tanica di benzina e un fiammifero.
Il quadro è delineato nelle prossime righe. Anche all’estero, gli impianti di riciclo, rigenerazione e trattamento dei rifiuti domestici ma soprattutto dei residui industriali e ospedalieri sono pieni a tappo; cominciano a essere respinti i camion carichi di materiali da rigenerare, i prezzi crescono di giorno in giorno. I rifiuti domestici (urbani) sono circa 29,5 milioni di tonnellate l’anno. I rifiuti delle imprese (speciali) sono 135 milioni di tonnellate, in massima parte riciclate e rigenerate; fra questi ci sono 9,6 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi.
Gli impianti non bastano, bloccati dai comitati nimby e dai politici in cerca di consenso. L’ultimo caso? L’altro giorno il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, ha annunciato ai ravennati che farà chiudere l’inceneritore.
Il riciclo si blocca per la nuovissima e improbabile norma end-of-waste che riporta il riciclo alle tecnologie di 20 anni fa e — invece di regolare il ricupero e la rigenerazione dei rifiuti — paralizza l’ambiente e mette le imprese nelle mani di burocrati con il terrore di firmare qualsiasi permesso e di ricattatori della denuncia.
La soluzione in qualche caso sarà aumentare i costi di produzione delle fabbriche. In altri casi la soluzione sarà cercare ripieghi d’emergenza: rivolgersi a chi, fingendo di seguire l’etica d’impresa, si sbarazzerà dei rifiuti in modo improprio.


