Opinioni

Policy di lungo periodo per ridurre il gap tra auto di Usa e Cina e quelle Ue

L’intelligenza artificiale ha due grandi campi di applicazione e di sviluppo potenziali in Europa

Josef Nierling. Per l’ad di Porsche Consulting Italia, le case europee solo incrementando la componente innovativa riusciranno a immetterla nei loro prodotti e in altri settori

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«L’intelligenza artificiale ha due grandi campi di applicazione e di sviluppo potenziali in Europa. L’automobile e la sanità. L’automobile è l’industria del secolo scorso ed è anche l’industria del secolo nuovo, nonostante la profonda crisi attuale. La sanità pubblica è il risultato della tradizione storica europea e, con tutti i suoi problemi di sostenibilità demografica e di efficienza quotidiana, rappresenta una delle differenze maggiori, e più invidiate, rispetto al modello sociale ed economico nordamericano e a quello asiatico. Su entrambi i fronti, l’asse fra Italia e Germania rimane fondamentale».

Josef Nierling è amministratore delegato di Porsche Consulting Italia. Josef incarna bene la dimensione gemellare che esiste fra il nostro Paese e la Germania: padre tedesco e madre italiana, educazione e formazione siciliane, specializzazione e carriera con riferimento il Baden-Württemberg. Siamo al ristorante La Refezione di Garbagnate Milanese, dove i proprietari e i cuochi trattano la clientela con grande confidenza, coinvolgendola nei loro dibattiti sui menù prossimi venturi: quasi quasi chiedono a noi se andrà o no bene inserirvi la pasta di pane.

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Trent’anni fa la Porsche andava male. Nel 1986 aveva prodotto sessantamila autovetture. Nel 1993 era scesa a quindicimila. Gli anni 90 e i primi anni 2000 sono fondamentali, duri ed efficaci. Riposiziona il marchio, rompe il tabù di una auto solo sportiva compiendo l’azzardo eretico e vincente del Suv Cayenne, aumenta la produttività tramite la tecnologia l’organizzazione, intensifica e accentua l’esperienza emotiva del cliente. Da quel turnaround è generata la Porsche Consulting che riprende, elabora e declina per gli altri settori industriali la lezione con cui la casa madre è scampata al baratro. Oggi in Italia, nella elettronica e nella meccanica, ha per clienti ABB e STMicroelectronics. Nell’agroalimentare IllyCaffè, Ferrero e Barilla.

In tavola viene portata la carta dei vini. Scegliamo dell’amarone di una delle famiglie storiche della Valpolicella, ma il proprietario interviene prospettando un piccolo produttore «che fa poche migliaia di bottiglie all’anno, è molto particolare, e speriamo che non cambi il suo stile con il successo e la notorietà». È servita una crema di carote e zenzero che è così delicata da piacere perfino ai più carnivori dei carnivori. Quindi, una seconda crema, questa volta di barbabietole con un crumble di cipolle e di formaggio. Intanto, lasciamo prendere ossigeno all’amarone.

Nell’estate del 1970, il futuro padre di Josef, Rolf, è un grafico di Springer di 32 anni che intraprende un lungo viaggio in Italia. Su un treno, in Sicilia, conosce una sua coetanea di Catania, Agata, professoressa di tecnologia alle scuole medie. I due si innamorano. Rolf sceglie di raggiungere Agata stabilendosi in Sicilia. Josef, divertito, mi mostra la fotocopia di una pagina del quotidiano di Amburgo, «Die Welt»: «Tutti, fra drammi e povertà, dal Mediterraneo si trasferivano nel Nord dell’Europa. Nessuno lasciava Amburgo per andare a vivere a Catania. Fu una tale rarità da meritarsi un articolo di giornale. Mia mamma ricevette una telefonata dall’ambasciata tedesca di Roma, dove erano stupiti per la richiesta dei documenti del suo fidanzato e dove volevano sincerarsi che fosse tutto a posto. Per loro era una scelta incomprensibile. La mia famiglia ha sempre avuto due case: a Catania e ad Amburgo».

Come antipasto io prendo un tortino di pasta fillo con funghi, robiola, aceto balsamico. Lui, invece, sceglie una catalana di gamberi. L’amarone è, in effetti, molto buono. La doppia dimensione italiana e tedesca è propria di Nierling. Ottenute la maturità scientifica e la laurea in ingegneria a Catania, si è trasferito nel 1997 in Germania dove ha seguito un corso di perfezionamento di un anno al Fraunhofer Institut di Berlino studiando i sistemi avanzati di produzione, il nocciolo duro concettuale e culturale di Industrie 4.0, cuore della strategia tecno-manifatturiera tedesca privata e pubblica dei 25 anni successivi. Per lui, al primo impiego nella società di componentistica tedesca Bosch, è stato naturale chiedere di essere mandato a Bari. A Bari la Fiat, nel centro ricerche dell’Elasis, aveva sviluppato i brevetti del common rail, la tecnologia di rottura del mercato del diesel che cede nel 1994 appunto alla Bosch, con una scelta poi giudicata da tutti fatale per il gruppo torinese e violentemente lesiva per l’intero automotive italiano: «Uno dei brevetti del common rail è mio. All’università di Bari, ho frequentato un dottorato di ricerca alla facoltà di ingegneria. Lavoravo e non avevo ambizioni di rimanere in accademia. Ho potuto dare il mio contributo alla crescita della tecnologia che è diventata lo standard del mercato mondiale. In una posizione da junior, ho partecipato a una grande costruzione industriale da zero. Quando ha acquisito il brevetto da Fiat, Bosch a Bari aveva venti dipendenti. Sette anni dopo, quando me ne sono andato, eravamo oltre tremila. Era un ambiente molto giovane, che assorbiva anche tecnici e laureati delle università meridionali. Avevo già avuto la fortuna di crescere nella Catania in cui la STMicroelectronics di Pasquale Pistorio era al suo apice. A Bari, partendo da quanto aveva scoperto la Fiat, facevamo una ricerca precisa, puntuale e dirompente che, attraverso la Germania, si diffondeva in tutto il mondo. Non è stata una esperienza banale: esiste una cultura industriale nel Mezzogiorno che ha bisogno di essere alimentata da numeri importanti, da buone università e da investimenti privati significativi. Oggi la crisi nel Sud industriale è intensa. Ma dobbiamo pensare che i livelli ragguardevoli che, per esempio a Bari, ho potuto conoscere io sono stati raggiunti non un secolo fa, ma pochi anni fa: le radici non si inaridiscono in poco tempo. Il Sud può fare molto».

Come piatto principale Nierling prende una tartare di filetto con sedano, rosso d’uovo, cipolline, acciughe, tabasco e cognac. Io, invece, vado su un filetto al forno cucinato con funghi porcini e accompagnato dalla purea. Nierling ha un punto di vista insieme specialistico e generale. Il lavoro compiuto nelle aziende della manifattura italiana più avanzata, interessate ad applicare il metodo-Porsche, e l’appartenenza al sistema industriale tedesco, oggi segnato da una rimodulazione drastica ma sempre centrale per gli equilibri europei, gli hanno consentito di conferire all’occhio un campo visivo ampio: «L’automobile mantiene una forza trasversale potentissima. Adesso l’auto internazionale è segnata da un nuovo doppio paradigma, che per la prima volta non ha una origine specificatamente europea: l’elettrificazione come nuovo mainstream e la digitalizzazione estrema come nuova forma di esperienza della guida. Sull’elettrificazione la leadership è cinese. Il ritardo europeo è consistente. E, allo stesso tempo, gli impegni finanziari presi dalle case automobilistiche rispetto al traguardo del 2035 come anno entro cui cessare la produzione endotermica, sono così cogenti da avere determinato le strategie di un intero settore. Per questo, oltre a mitigare gli obblighi regolatori, ha un senso aprire una discussione pubblica sulla possibilità che ci siano fusioni e aggregazioni fra le case automobilistiche europee».

Oggi in tanti hanno paura a discuterne. Dice Nierling: «La sovraccapacità europea non è sostenibile. E va gestita con razionalità. Anche perché, mentre in Europa è complicato pensare di fondere marchi storici o di gestire la chiusura di impianti inefficienti nonostante l’ampio ombrello del welfare, in Cina è in corso una selezione darwiniana dei gruppi. In Cina hanno aperto molte aziende nell’auto. Ma, con la stessa rapidità, hanno chiuso quelle che non trovano riscontro nel mercato interno o sul mercato internazionale». Oltre al tema poco discusso in Occidente sulla selezione cruenta in corso in Cina – in Europa si preferisce avere una visione statica del comunismo pianificatore di Pechino – un altro argomento che nel Vecchio Continente viene poco citato è quello della digitalizzazione dell’auto. Nota Nierling: «Sulla digitalizzazione il discorso pubblico va affrontato. Il gap fra le automobili americane, in particolare la Tesla, e le auto cinesi di nuova concezione, come la BYD, da un lato e i marchi storici europei, dall’altro, è significativo. Su questo punto occorre costruire policy pubbliche nazionali ed europee di lungo periodo. L’esperienza digitale europea, quando si sale su una automobile di mass market, resta di vecchio stampo. Non è paragonabile a quella provata su macchine a basso e a medio costo di nuova concezione, in particolare elettriche e ibride».

Come dolce prendiamo della crema mascarpone con la sbrisolona e, poi, un gelato alla crema classica affogato nel Braulio. L’amarone mostra tutta la sua versatilità, perché alla fine va bene perfino con il dolce. Per colmare queste distanze, bisogna operare sulla struttura scientifica e tecnologica europea. E va ammesso che la specializzazione produttiva sul medium tech non basta più a garantire all’Europa benessere e prosperità. «Gli investimenti in intelligenza artificiale e in quantum computing che ha indicato Mario Draghi nel suo rapporto vanno realizzati. La specializzazione europea nel medium tech è importante. Ma oggi non è più sufficiente. Le frontiere tecnologiche sono in Nord America e in Asia. Soltanto incrementando la componente innovativa europea generale sarà possibile che le case automobilistiche europee assorbano nuova innovazione, la immettano nei loro prodotti e la trasferiscano in altri settori», conclude Nierling.

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