Milano Moda Uomo /3

Prada, la cravatta torna ed è rivoluzionaria. K-Way esplora e diventa anche da sera

Prosegue e si approfondisce la riflessione sugli elementi classici del guardaroba maschile, improntati alla necessità di rispondere alle necessità di un’esistenza multitasking

di Angelo Flaccavento

Prada AI 24-25

3' min read

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Il logorio della vita moderna, per sottrarre a una vecchia pubblicità il detto di Ernesto Calindri così vintage ormai da suonare tempestivo, impone a tutti prestezza, adattabilità, flessibilità. Bisogna essere pronti a tutto, in ogni istante: dal tempo che attraversa le quattro stagioni in una manciata di minuti, alle varie incombenze di una giornata qualunque: lavoro, palestra, svago, peregrinazioni urbane. Lo chiamano multitasking ed è invero una sottile forma di consunzione cui nessuno ha la forza di sottrarsi.

La sfilata di Prada - ambientata in un sembiante di open space impiegatizio smaterializzato dal pavimento trasparente che rivela un paesaggio naturale con muschio, foglie e ruscelli, a creare un portale tra l’umano fabbricato e l’ambiente spontaneo - si apre con un insieme dal tono impiegatizio: camicia bianca, pantaloni antracite, stringate nere. Non tutto torna, però: certo, per la gioia dei setaioli comaschi e la sorpresa di quanti la davano definitivamente per spacciata, torna la cravatta - sottile, tinta unita - ma l’accessorio clou è una cuffia rosso vivo, reinterpretazione pradesca di quelle da piscina. È così per tutta la sfilata: cravatte a profusione e teste sempre coperte, da cuffie, cagoule o cappelli da nostromo, e una idea pervasiva del vestire come risposta alle stagioni, accordando l’aplomb della casa, e una certa asciutta formalità, alla natura e agli elementi.

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Prada, la collezione AI 24-25

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Nulla di tecnico o altamente performante, e nemmeno trasformismi di sorta, al contrario una riflessione molto diretta sui grandi classici - è questo il tema di stagione, non si scappa - dal cappotto di cammello all’impermeabile da marinaio, dal Canadian tuxedo (i jeans indossati con camicia di denim) al trench, adesso dritto e stretto come un fuso, assemblati in look a prova di intemperie. Neppure la precisione assoluta delle combinazioni, nemmeno l’idea di essere davvero equipaggiati come tempo comanda, però, salva questi uomini da una ineluttabile fragilità. Infatti, calzano sovente delle pantofole, sicché l’unica parte di corpo che occhieggia nuda, oltre al volto, è un proverbiale tallone d’Achille.

Questo è il mondo Prada, del resto: la nota dissonante, o meglio perturbante, è parte della composizione. La prova è schietta, ben calibrata nei volumi, con qualche trick di troppo nello styling. Quel che probabilmente manca, nella co-direzione creativa di Raf Simons e Miuccia Prada, è il senso di assoluta sorpresa, di sterzata fashion che ogni sfilata Prada un tempo rappresentava. Adesso non si vira troppo dallo status quo. Forse, semplicemente, non sono più tempi da mattate, anche intellettuali, e basta una cravatta a rivoluzionare.

K-Way, la collezione AI 24-25

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In tema di elementi e intemperie, K-Way ha molto da dire: l’iconico impermeabile impacchettabile, del resto, nacque a Parigi proprio per questo motivo. Il marchio adesso è di proprietà della italiana Basicnet, che lo ha portato in inediti territori di espressione e ad elevati livelli di successo, e pure alla sfilata, che è certo un esercizio di stile, ma che dimostra anche la versatilità del prodotto. Il tema di stagione è, anche qui, la convergenza di formalità e performance, risolta in una tesa successione di look monocromi nei quali anorak e compagni, in particolare i bermuda sia lisci che trapuntati, percorrono diverse strade fino ad arrivare a un plausibile strascico per la sera.

Guardando alle passerelle, in questi giorni, si nota un restringimento delle possibilità quanto a tipi fisici: solo corpi estremamente snelli, e volti esclusivamente giovani. Fa eccezione Simon Cracker, l’esperimento di upcycling, felicemente caotico e polimorfo, guidato da Simone Botte e Filippo Biraghi. La passerella, qui, è sempre accogliente, popolata da una umanità varia e vera, che anima creazioni insieme ruvide e poetiche, a questo giro sempre abrase ma, a sorpresa, delicatamente sognanti.

Le astrazioni di Pronounce, ispirate ai pattern di volo delle farfalle, sono insieme coriacee e delicate, mentre da JW Anderson è la volta di una fantasia perversamente domestica che omaggia “Eyes wide shut”, l’ultimo film di Stanley Kubrick, e in particolare i quadri che decoravano gli interni, opera di Christiane Kubrick, moglie del regista, stampati adesso su maglie e lunghi abiti. Anderson ha la rara abilità di trasformare l’ovvio in sorprendente, di spiazzare per via di afasia invece che di logorrea. Prende i velluti, le nappe, le tende e i rasi di quegli interni patrizi e li usa come base concettuale per abiti che sono classici ridimensionati, all’occorrenza imbottiti come cuscini o drappeggiati come tende. In un set tutto nero, teatrale e soffocante, l’effetto è un mutamento di scala che va dritto al punto.

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