Armani libero da costrizioni, da Zegna il classico rivisto con occhi innovativi
L’ultima giornata di show in presenza a Milano lascia il testimone alle sfilate di Parigi dedicate alle collezioni uomo autunno inverno 2025/26
3' min read
3' min read
Gli abiti sono i vocaboli del linguaggio della moda, ma è quando suggeriscono o facilitano modi che essi diventano davvero efficaci, impastandosi di vita. I modi delle mode sono centrali nella riflessione dei designer in questo momento di difficoltà per il sistema. Si gioca sicuro, per lo piú. La novità vera delle sfilate della moda maschile che si sono chiuse ieri a Milano, allora, sono proprio gli atteggiamenti, e il tipo di maschilità che essi suggeriscono. Dice Giorgio Armani: «La passerella è una proposta: la mia visione del momento attuale, che questa stagione è particolarmente libera da costrizioni e convenzioni. Mi piace immaginare gli abiti che entrano nei guardaroba e nel quotidiano di uomini diversi per età e atteggiamento, interpretati da ciascuno secondo la propria personalità. Fare moda, per me, significa creare strumenti che accompagnano la vita, rendendola idealmente più bella e confortevole». È un mantra che Armani mai abbandona, rifiutando però la rigidezza incrollabile del dogma. Lavora materie preziose e colori del sottobosco in forme fluide, perfette sul corpo maschile come su quello femminile - ci sono alcune donne in passerella - a ribadire il radicalismo gentile di un modo che mette al centro la persona.
La sfilata di Prada, ambientata in un labirinto di tubi d’acciaio poggiato su un tappeto liberty, è un accumulo di contrasti. Se lo stile come collage piú o meno narrativo di elementi incongrui è uno dei piú solidi tropi pradeschi, sono gli stivali da cowboy a segnare un nuovo passo e a far deviare la narrazione su territori piú viscerali, perigliosi e spudorati; non piú dada ma William Burroughs, lo scrittore statunitense dall’eloquio allucinato il cui romanzo The Wild Boys potrebbe essere appropriata lettura a margine. I direttori creativi Miuccia Prada e Raf Simons parlano all’unisono di scelte di pancia, spontanee invece che calcolate. In tempi algoritmici di pensiero artificiale, i due riscoprono l’istinto, consapevoli, dice la signora «che questa non è una glorificazione dell’irrazionale, ma solo di un modo piú diretto di agire». Il risultato è un uomo Prada che esce dalla persona adolescenziale del passato per scoprirsi duro e sconvolto. La mano è forzata, e i richiami ad un tipo maschile messo a fuoco nei sempre seminali anni Novanta e Zero da Martin Margiela e Helmut Lang sono fin troppo evidenti, ma c’è una energia abrasiva nella prova che smuove e fa reagire.
L’uomo di Zegna nella visione di Alessandro Sartori, infine, affonda le mani nelle tasche basse di giacche a sacchetto e cappotti ampi che paiono ereditati tra i beni di famiglia, o di pantaloni a vita alta dalle pince profonde, nei quali infila pullover a v e camicie indossate in coppia, ordinatamente una sopra l’altra. Il direttore artistico parla di una ricerca sulla materia nobile - il Vellus Aureum, lana di infinita finezza, leggerezza e morbidezza - e di una esplorazione di «postura, indosso, utilizzo per promuovere una idea di eleganza italiana dal timbro torinese». Il risultato è una collezione dall’ineffabile classicismo degage, quieta nel tono ma decisa nel modo. La dimostrazione che il classico, se visto con occhi liberi e inventivi, è quanto di più contemporaneo e attuale. Invero, una affermazione di italianità slegata da sciocchi e vetusti sovranismi di stile.

