«Procedure complesse e tempi stretti»: le imprese rinunciano al Piano 5.0
Le imprese che hanno partecipato al Piano 5.0 sono spinte dall’opportunità di avviare impianti per la riduzione dei costi energetici
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I punti chiave
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Squadra che vince, non si cambia. In un Paese di appassionati (spettatori) sportivi, questa regola dovrebbe essere ben nota a tutti. E invece Industria 4.0 – probabilmente una delle più efficaci misure di politica industriale attivata in Italia negli ultimi decenni, apprezzata dalla quasi totalità degli imprenditori – è stata cambiata. E la sua versione aggiornata, il piano Transizione 5.0, non ha ricevuto la stessa accoglienza, né di pubblico né di critica. Poche le aziende che hanno partecipato ai bandi per ottenere gli incentivi (appena il 10% delle realtà lombarde) e anche quelle poche ammettono che il processo per accedere ai fondi è estremamente complesso, con vantaggi incerti.
Incertezza e tempi stretti depotenziano i progetti
«Sarebbe bastato lasciare la legge com’era, ricalcando Industria 4.0», osserva ad esempio Matteo Gosi, general manager di Wonder, azienda di Cremona con quasi 80 anni di storia, specializzata nella produzione di valvole per pneumatici, i cui prodotti sono presenti in circa il 60% dei veicoli costruiti in Europa. «Noi abbiamo sempre fatto investimenti in innovazione e anche per quanto riguarda la digitalizzazione, non abbiamo certo aspettato il Piano 4.0, ma va riconosciuto che quella misura è stata un grande acceleratore per lo sviluppo del sistema Paese. Non credo si possa dire lo stesso del Piano 5.0».
Il caso della stessa Wonder lo testimonia: per riuscire a soddisfare tutti i requisiti richiesti e restare nei tempi previsti dalla legge, il progetto iniziale dell’azienda cremonese è stato molto depotenziato. L’investimento complessivo, alla fine, ammonta a circa 300mila euro: tanta fatica per una cifra quasi irrisoria, considerando che l’azienda (circa 40 milioni di euro di fatturato e 150 dipendenti) ha investito quasi 8 milioni di euro in innovazione nel biennio 2024-2025.
La necessità di rivolgersi a consulenti esterni
«Il problema principale di questa norma è la sua complessità burocratica – spiega l’imprenditore –. Un processo infinito che siamo riusciti ad affrontare, e che ancora stiamo affrontando, solo grazie all’aiuto di un consulente esterno, una prassi che avevamo adottato anche per Industria 4.0 e che utilizziamo sempre per partecipare ai bandi, dato che il nostro è un settore molto competitivo e che lavoriamo per le principali case automobilistiche internazionali». Tuttavia, senza l’aiuto di un consulente, questa volta, non ne sarebbero venuti a capo, ammette Gosi. La complessità delle regole ha costretto l’azienda a depotenziare il progetto iniziale, come accennato, per assicurarsi che fosse gestibile.
«Abbiamo dovuto abbandonare alcune opzioni, come l’installazione di un impianto fotovoltaico, perché era ritenuta di non facile realizzazione, perlomeno nei tempi previsti, e i vantaggi erano incerti – spiega –. Siamo comunque soddisfatti, perché alla fine avremo un nuovo impianto di sgrassaggio molto moderno, che avremmo comunque dovuto realizzare per assicurarci un contenimento dei costi energetici. Però si sta rivelando una misura molto difficile». I tempi previsti, inoltre, sono troppo stretti per chi opera in un settore come l’automotive, con impianti complessi i cui tempi di progettazione, approvazione e produzione vanno in genere ben oltre i 12 mesi concessi dalla legge. «Anche questo ha limitato la portata dell’investimento complessivo – aggiunge Gosi –. Di fronte a regole incerte e tempi stretti è ovvio che un’azienda sceglie di fare la cosa più semplice. È un po’ un gioco al ribasso e questo credo sia il motivo per cui poche realtà hanno aderito ai bandi».

