Prodi-Bazoli e l’eredità di Nino Andreatta fra potere e responsabilità
Economia, politica e amicizie dell’uomo che ha inventato un nuovo cattolicesimo democratico e che ha cambiato l’Italia
di Paolo Bricco
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Può, in una vicenda complessa e articolata come quella del nostro Paese, una singola persona incubare e generare una opzione culturale e politica? E, soprattutto, questa doppia opzione – culturale e politica – può trovare (e formare) discepoli e interpreti dotati degli strumenti e dell'originalità per tracciare propri percorsi, mantenendo una autonomia “riconoscente” rispetto a questa persona? La risposta è sì. Soprattutto se l'uomo in questione era – è – Beniamino Andreatta.
Al Festival dell'Economia di Trento, l'incontro moderato dal direttore del Sole 24 Ore Fabio Tamburini (“siamo molto felici di ospitare questo incontro anche perché Andreatta, la cui famiglia era di Trento, è stato un grande vecchio di queste terre”) ha ben definito il perimetro biografico e culturale, accademico e politico di una delle personalità che più hanno determinato la seconda parte del Novecento.
“Andreatta – ricorda Giovanni Bazoli – è stato prima di tutto un teorico e un fautore dell'ordine. Ma non dell'ordine costituito. Ha sempre avuto una notevole spinta critica. Costruttiva. Ma critica. Il suo obiettivo era costantemente quello di delineare e proporre un ordine nuovo. La sua razionalità costruttiva e la sua forza, il suo esempio e la sua testimonianza sono stati significativi: pensate a quanti ministri e primi ministri sono caduti nell'oblio. A lui, non è successo. E' stato un uomo di Stato, fra i maggiori dall'Unità d'Italia”.
Il rapporto fra Bazoli e Andreatta non è mai stato gerarchico (“anche se, dal 1982 non c'è mai stata una scelta professionale importante per la quale non mi sia consultato con Nino”).
Si sono conosciuti da giovani, assistenti universitari alla Cattolica di Milano. E, poi, hanno stretto un legame sempre più forte a partire da uno dei passaggi cruciali – per la determinazione del paesaggio finanziario, dell'equilibrio dei poteri e del contesto culturale – della nostra storia nazionale: appunto il fallimento del Banco Ambrosiano del 1982 e la creazione del Nuovo Banco Ambrosiano, quando l'allora ministro del Tesoro Andreatta (con il governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi) identifica in Bazoli, professore universitario e avvocato di Brescia sconosciuto ai più, la persona in grado di ricomporre il disastro – fra mala gestio, opacità e derive criminali - lasciato dal banchiere Roberto Calvi. Un passaggio simbolicamente sanguinoso, finanziariamente costoso e politicamente durissimo.



