Pugni e calci alla moglie, la Corte d'appello assolve: «Colpa della gelosia di lei». La Cassazione bacchetta i giudici
Esclusi in appello i maltrattamenti. Per la Cassazione una sentenza che legittima la violenza dell’uomo
di Patrizia Maciocchi
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Schiaffi e pugni alla convivente, incinta, minacce di morte, mobili sfasciati e insulti, considerate ordinarie liti in famiglia, frutto della reazione alla gelosia di lei. Per la Corte d’Appello, che ha escluso i maltrattamenti per l’assenza di una «sistematica sopraffazione», i pestaggi erano il risultato di un rapporto altalenante la cui responsabilità era proprio della persona offesa morbosamente gelosa. La colpa della donna sarebbe stata quella di fare spesso domande, dopo aver saputo che il compagno era già padre di un figlio di 12 anni. Indagini che l’uomo non gradiva e alla quali reagiva con violenza.
Le colpe di lei: domande indiscrete e no ai rapporti sessuali
La stessa che usava quando lei si rifiutava di aver con lui rapporti sessuali, fino a costringerla ad andare via di casa con il figlio poco più che neonato, che lui non aveva più cercato. La Corte d’Appello esclude le condotte vessatorie e si concentra sulle colpe della vittima, gelosa e fredda nei rapporti. I giudici territoriali escludono il reato, inquadrando il tutto nell’ambito di una «relazione interpersonale molto turbata». Alla Cassazione, che annulla ai fini civili, non resta che correggere la rotta, e bacchettare i giudici di appello, destinatari di una lezione di diritto e di logica. Il primo chiarimento riguarda l’assenza di una «sistematica sopraffazione», elemento non indispensabile nei maltrattamenti. La violenza domestica c’è, infatti, quando le aggressioni sono commesse «anche in un limitato arco temporale e nonostante periodi pacifici».
La violenza domestica
È quanto si ricava da un quadro normativo che ha uno dei suoi pilastri nella Convenzione di Istanbul. Uno strumento sovranazionale destinato a tutelare le donne contro qualsiasi forma di violenza, che è da sempre volano per creare una sudditanza di genere. Mentre vivere liberi è un diritto fondamentale, per la donna come per l’uomo. Partendo da questa premessa la Cassazione considera inammissibile l’interpretazione limitativa della sentenza impugnata che confina il reato di maltrattamenti solo ai casi di sistematica violenza, senza tra l’altro indicare in cosa debba consistere sistematicità e che cadenza dovrebbe avere.
Per la Corte il disegno discriminatorio che guida gli autori del reato di violenza contro le donne «è costituto dal deliberato intento di possesso, dominazione e controllo della libertà femminile per impedirla».
La differenza con le ordinarie liti in famiglia
Consapevole di questo, il giudice deve dunque valutare non solo gli episodi che considera più gravi, perchè colpiscono il corpo o costituiscono reati specifici ma «diversamente da quanto avvenuto nella sentenza impugnata deve valorizzare e descrivere, in modo puntuale, innanzi tutto il contesto diseguale di coppia in cui si consuma la violenza, anche psicologica, praticata dall’autore e il clima di umiliazione che impone alla vittima per lederne la dignità». La Corte d’Appello ha invece trasformato le aggressioni unilaterali in liti familiari normalizzando le minacce, le violenze fisiche i danneggiamenti ecc. Ha reso giuridicamente legittime, nell’ambito di una relazione, la sopraffazione l’umiliazione e la discriminazione. Ha “sdoganato” un sitema punitivo dell’uomo contro la disobbedienza

