Mind the Economy / Incentivi 12

Quando e perché i mercati possono salvare delle vite?

Per riportare i mercati alla loro vocazione di «comunità di vantaggio» dovremmo riporre la nostra fiducia sui paladini del market design. Forse

Alvin Roth ((Photo by PAU Barrena / Afp)

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La teoria del mechanism design rappresenta il lato “ingegneristico” della teoria economica. Il ragionamento economico in genere muove dalle scelte individuali di imprese e consumatori i quali, attraverso la mediazione di una certa “istituzione”, per esempio il mercato, determinano certi risultati. Gli economisti concentrano la loro analisi sulle varie fasi del processo, la scelta dei consumatori e quella delle imprese, l’interazione di domanda e offerta, le caratteristiche del mercato, le informazioni a disposizione, l’esistenza di imperfezioni e, infine, le proprietà degli esiti che possono essere, per esempio, più o meno efficienti. Di solito, quando le cose vanno bene, si procede in questo modo per prevedere cosa ci si può aspettare dal funzionamento delle istituzioni, del mercato, in questo caso. Il mechanism design, lo abbiamo visto nelle settimane scorse, assume, invece, una prospettiva differente: si inizia con la definizione del risultato desiderato, ciò che collettivamente vorremmo ottenere, per poi chiedersi se sia possibile progettare un’istituzione - un “meccanismo” – capace di portate al raggiungimento di quell’obiettivo atteso. Se la risposta dovesse essere affermativa, allora l’indagine prosegue concentrandosi sulle caratteristiche specifiche che quella data istituzione dovrebbe possedere.

Esistono molte tipologie di istituzioni economiche e gli stessi mercati non sono tutti uguali. Le istituzioni sono nient’altro che insiemi di regole, cioè di azioni possibili sotto certi vincoli. Differenti regole definiscono istituzioni differenti.

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Consideriamo un tipico mercato per beni privati. Se dobbiamo comprare un pacco di pasta, per esempio, è sufficiente che il consumatore si rechi al supermercato, scelga dallo scaffale la qualità e la quantità preferita, si rechi alla cassa e paghi il prezzo corrispettivo. Non c‘è bisogno che il produttore della pasta, dia la sua autorizzazione alla vendita. Non serve che il produttore scelga il consumatore al quale vendere il suo bene. Moltissimi mercati funzionano in questo modo, ma non tutti. Il mercato del lavoro, per esempio, richiede non solo che l’aspirante lavoratore voglia lavorare per una determinata organizzazione. È necessario, infatti, che anche quella determinata organizzazione voglia che quel particolare lavoratore sia inserito nella sua struttura. In casi come questi occorre che tra domanda e offerta si verifichi non solo un incontro, ma un vero e proprio matching. In questi casi, diversamente da quanto accade nei mercati tradizionali, non è sufficiente il meccanismo dei prezzi per favorire l’incontro tra domanda e offerta e far sì che si concretizzi lo scambio. Non è sufficiente voler frequentare un corso di laurea in una prestigiosa università privata per poterlo fare. Anche se si è disposti a pagare una retta significativa, sarà comunque necessario che quella stessa università vi selezioni e vi accetti tra le nuove matricole. Allo stesso modo se, dopo la laurea in medicina, volte iscrivervi ad una scuola di specializzazione, la possibilità di frequentare l’ospedale o la clinica preferita dipende dal fatto che lo stesso ospedale o la stessa clinica siano disposti ad accettarvi tra i nuovi specializzandi. Ancora una volta il meccanismo del prezzo in casi come questi non aiuta. Analogamente se siete innamorati di una vostra amica o di un vostro amico e voleste portare il rapporto ad un livello successivo non sarà sufficiente comunicargli o comunicarle i vostri sentimenti. Sarà indispensabile che questi sentimenti siano corrisposti. Ecco, il matching è quel processo che in casi come questi garantisce tale corrispondenza.

Se l’obiettivo sociale, dunque, è quello di facilitare il realizzarsi dei matching più efficienti, nel mercato del lavoro, nel mercato immobiliare, nelle ammissioni alle università, come in molti altri casi possibili, il teorico del mechanism design si chiederà se esistono delle istituzioni capaci di generare tale risultato e, se sì, quali caratteristiche hanno queste istituzioni. Se le istituzioni, invece, non esistono, allora bisognerà chiedersi se sia possibile progettarne e realizzarne qualcuna ad hoc.

L’economista di Harvard Alvin Roth è un pioniere nello studio del matching-making. Uno di quelli che queste istituzioni le hanno immaginate e realizzate. Se devo pensare ad un economista-ingegnere in grado di progettare meccanismi capaci di risolvere importanti problemi concreti, quello di Roth è il primo nome che mi viene in mente. Una di queste istituzioni, in particolare, ha rappresentato un successo spettacolare che non solo ha confermato la bontà di questo approccio teorico-pratico ma, cosa più importante, ha contribuito a salvare centinaia di migliaia di vite.

Se hai bisogno di un trapianto di rene, non puoi rivolgerti ad un mercato tradizionale. I reni, come ogni altro organo, non sono in vendita. Eppure, come in un mercato tradizionale, c’è una domanda – i pazienti – e c’è un’offerta – i donatori. Si tratta di favorire l’incontro tra chi domanda e chi offre. Il problema qui è che per salvare un paziente non è sufficiente trovare un donatore disposto a farsi prelevare un rene. È anche indispensabile che tale rene sia compatibile con il ricevente. Per facilitare l’incontro tra “domanda” e “offerta”, in questo caso è impossibile utilizzare il meccanismo dei prezzi. Se scarseggiano gli scarponi di gomma durante un’alluvione è perché il prezzo a cui venivano venduti prima dell’alluvione è troppo basso. Basta che il prezzo aumenti affinché gli scarponi appaiano sul mercato a soddisfare l’eccesso di domanda. Ma le liste d’attesa per i trapianti non possono essere gestite con la stessa logica. Vendere gli organi, infatti, è illegale. Ed è illegale, come spiega Roth, perché tali transazioni sono “ripugnanti”. Il prezzo dei reni, quindi, è uguale a zero e non può essere modificato. Occorre perciò immaginare un meccanismo alternativo al mercato per fare in modo che i reni disponibili arrivino ai pazienti che sono compatibili e che più ne hanno bisogno.

Alvin Roth era un giovane professore all’Università dell’Illinois quando nel 1974 Lloyd Shapley e Herb Scarf pubblicarono un saggio, tanto astratto quanto matematicamente complicato. Si trattava di risolvere il problema dell’allocazione di beni – case nel loro esempio – per i quali i venditori devono essere felici di vendere a quei particolari compratori che sono, a loro volta, disposti ad acquistare da quegli stessi venditori (“On cores and indivisibility”. Journal of Mathematical Economics 1, pp. 23-37, 1974). Molti anni dopo, le case si trasformarono nella mente di Roth, in organi da trapiantare. L’idea di base della procedura che Roth sviluppa a partire dal modello di Shapley e Scarf in collaborazione con due giovani colleghi turchi, Utku Ünver e Tayfun Sönmez, è piuttosto semplice in principio. Supponiamo di avere una coppia donatore-ricevente nella quale il rene del donatore (D1) non è compatibile con il ricevente (R1). Se si trovasse una seconda coppia nella quale il rene del donatore (D2) non è compatibile con quella del secondo ricevente (R2) ma lo è invece con il primo ricevente (R1) e nella quale il rene del primo donatore (D1) sia compatibile con il secondo ricevente (R2)? Se questo dovesse essere il caso, allora, dove prima non c’era possibilità di trapianto, ora si potrebbero eseguire due trapianti incrociati, per così dire, tra (D1-R2) e (D2-R1). E se invece di due coppie si considerassero tre coppie, quattro, e via via tutte quelle possibili e si integrassero poi nel sistema anche tutte le donazioni dirette derivanti da donatori indiretti, cioè deceduti o dai cosiddetti donatori altruisti? Roth e i suoi colleghi riuscirono a dimostrare la fattibilità teorica di un tale meccanismo e i benefici derivanti sia in termini di numero di trapianti possibili, sia in termini di qualità dell’accoppiamento rene-paziente (“Kidney Exchange”. Quarterly Journal of Economics 119, pp. 457-488, 2004). Roth riuscì anche a dimostrare che la partecipazione al meccanismo di scambio incrociato sarebbe stato sicuro e conveniente per tutti i pazienti e per i donatori. Ciò significava che nessuno di loro avrebbe potuto ottenere un matching migliore organizzando, per esempio, dei singoli gruppi autonomi di donatori e pazienti, al difuori del meccanismo generale. Nel 2003, i tre economisti pubblicizzarono i loro risultati preliminari tra tutti i nefrologi degli Stati Uniti. Rispose solo Frank Delmonico, un chirurgo di Harvard e direttore medico della New England Organ Bank. Un’unica risposta che fu, tuttavia, sufficiente a mettere in moto il cambiamento. La collaborazione con il chirurgo mise in luce problemi di natura logistica – quante sale operatorie sarebbero state necessarie contemporaneamente - e di privacy – quali dati avrebbero dovuto fornire a livello nazionale i malati e i loro donatori - niente affatto banali. Problemi a cui i tre economisti dovettero applicarsi per trovare soluzioni creative.

Ma alla fine l’algoritmo di Roth divenne un software e questo iniziò ad essere utilizzato estensivamente per la pianificazione dei trapianti. In questa fase si trattava solo di scambi bilaterali tra due coppie. I problemi pratici rendevano ancora difficile, soprattutto per le ritrosie degli ambienti medici, il coinvolgimento di un numero maggiore di soggetti. Fino a quando uno studio del 2005 contribuì a risolvere anche questo problema (Saidman, S., Roth, A. Sönmez, T., Ünver, U., Delmonico, F., “Increasing the opportunity of live kidney donation by matching for two- and three-way exchanges”. Transplantation 81, pp. 773-82, 2006). Nel giro di un anno la nuova procedura venne adottata e questo determinò ad una notevole crescita del numero di trapianti effettuati. La procedura dello scambio di reni ha avuto un notevole successo negli USA. Ma non quanto Roth e colleghi si sarebbero aspettati alla luce dei benefici attesi. Eppure, l’incompleta adozione dell’algoritmo rappresenta una lezione importante. Ci sono fattori esterni che vincolano il funzionamento efficiente dei mercati e di molte altre istituzioni, fattori che evolvono assieme alle istituzioni stesse. Lo studio di questo processo di coevoluzione che condiziona la concreta implementazione di queste istituzioni che, per certo, farebbero aumentare il benessere dei cittadini, deve diventare esso stesso parte integrante della progettazione delle istituzioni che altrimenti rischierebbero di rimanere bei progetti sulla carta. Non solo, quindi, dobbiamo immaginare regole utili ed efficaci, ma dobbiamo immaginare anche le modalità attraverso le quali tali regole possono trasformarsi da progetti a realtà. “Ogni passaggio nella messa a punto dello scambio di reni – sottolinea Roth - ha richiesto una sorta di balletto tra i modelli matematici, la logistica degli interventi chirurgici, gli incentivi, i rischi e le ricompense per il paziente, per il medico e per l’ospedale (…) E proprio come gli ingegneri imparano molto su come costruire ponti studiando quelli che crollano, i market designer possono apprendere moltissimo su cosa fa funzionare bene un mercato studiando quelli che falliscono” (Matchmaking. La scienza economica del dare a ciascuno il suo. Einaudi, 2017). Perché spesso sono le stesse ragioni che fanno funzionare in maniera efficiente i mercati ben progettati quelle che poi possono potare al fallimento dei mercati progettati male. “Quando pensiamo al libero mercato – conclude Roth - non dovremmo immaginarcelo come una mischia, ma come un meccanismo con regole ben configurate che gli permettono di funzionare al meglio. Un mercato che opera liberamente è come una ruota che riesce a girare senza intoppi: per farlo ha bisogno di un asse e di cuscinetti ben oliati. Il market design si occupa proprio di fornire quell’asse e di mantenere ben oliati quei cuscinetti”.

E oggi, quanti di quelli che sono i mercati più rilevanti per la nostra vita, potremmo veramente definire “liberi”? Quante volte, di questi tempi, la difesa di una non meglio definita libertà viene utilizzata per mascherare interessi non del tutto nobili. Interessi di quasi-monopolisti in cerca di sempre maggiori quote di mercato, di sempre migliori occasioni di business, di sempre più ampi spazi di influenza.

Per riportare i mercati alla loro vocazione originaria di “comunità di vantaggio”, come sosteneva John Stuart Mill, e di luoghi di “mutua assistenza”, come diceva Antonio Genovesi, se non sui nostri rappresentati politici sempre meno rappresentativi, capaci e prigionieri di logiche “altre”, dovremmo forse riporre la nostra fiducia sui nuovi paladini del market design? Chi sa come costruire un ponte diventa quindi più importante di chi può decide di costruirlo?

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