Quando l’intuizione politica abbraccia l’ideale europeo
Il suo Piano resta un antesignano dei programmi fiscali-strutturali previsti oggi dalle regole di bilancio della Ue
3' min read
3' min read
Filippo Maria Pandolfi è stato un uomo politico europeo e non solo italiano. La mia vita professionale si è incrociata con quella di Pandolfi a Bruxelles quando, nominato nel 1989 Vice-presidente nella Commissione Delors II, mi chiamò al suo gabinetto per seguire i dossier economici. Con Delors, Pandolfi aveva una sintonia naturale, per una comune visione dell’integrazione europea, ma anche per la rara capacità di combinare l’intuizione politica con la sua traduzione tecnica. Ma l’impegno di Pandolfi per l’Europa risale a ben prima della sua nomina a Bruxelles.
Il Piano Pandolfi dell’agosto 1978, in una drammatica congiuntura politica (dopo il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro) ed economica (con l’economia italiana che rischia di avvitarsi in una spirale di instabilità), aveva come titolo: «Un programma per lo sviluppo, una scelta per l’Europa». Come Ministro del Tesoro, Pandolfi si rese conto che era essenziale rompere il ciclo infernale fra inflazione, indicizzazione dei salari e svalutazione del cambio, con le finanze pubbliche che cercavano di attenuarne gli effetti sull’economia reale, accumulando crescente debito pubblico, ancorché in buona parte nascosto dalla “tassa dell’inflazione”. Spezzare questo circolo vizioso era anche il modo di “restare in Europa”. Questo passava per l’accettazione di un “vincolo esterno” quasi-legale costituito dall’adesione della lira al Sistema monetario europeo (Sme).
Il principale collaboratore di Pandolfi nel redigere il Piano fu Tommaso Padoa-Schioppa, allora alla Banca d’Italia. Il Piano aveva l’obiettivo, come diremmo oggi, di sconfiggere la “dominanza fiscale”, creando le condizioni per il “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia che sarebbe intervenuto nel luglio 1981. Pandolfi nel 1979 convinse l’allora Presidente della Commissione europea, Roy Jenkins, a nominare Padoa-Schioppa come Direttore generale degli affari economici finanziari della Commissione (l’allora DG II, di cui prenderò la direzione trent’anni dopo), per presiedere inter alia all’ordinato funzionamento dello Sme.
Studiai il Piano Pandolfi alla facoltà di economia dell’Università di Firenze. Ne percepivamo la modernità che consisteva nell’adozione di un metodo nuovo: la presentazione di una strategia generale che si traduceva in obiettivi quantitativi pluriannuali macroeconomici e di finanza pubblica associati a strumenti operativi per conseguirli. Questo approccio, allora – e purtroppo ancora per tutto il successivo decennio – largamente estraneo alla cultura di governo italiana (e non solo), resta un antesignano dei piani fiscali-strutturali previsti oggi dalle regole di bilancio europee.
Vice-presidente della Commissione dal 1989 al 1993, Pandolfi riceve la responsabilità della ricerca e dello sviluppo tecnologico – un portafoglio che egli stesso riconosce essere importante ma non di primo piano. Fu l’approvazione del Trattato di Maastricht nel 1992, con l’articolo 3b sul principio di sussidiarietà e proporzionalità, che diede a Pandolfi l’opportunità di inserire un approccio politico-istituzionale in una materia – la ricerca - vista fino ad allora come essenzialmente tecnica. Questa visione si espresse nella comunicazione dell’aprile 1992, “«La ricerca dopo Maastricht: bilancio e prospettive», che Pandolfi considerava la summa del suo contributo politico-istituzionale come commissario europeo. La definizione di una “sussidiarietà intrinseca” su progetti di ricerca europei e transnazionali in tecnologie d’avvenire dovrebbe essere di guida oggi nella individuazione dei Beni pubblici europei per la transizione verde e per colmare il gap tecnologico nei confronti di Stati Uniti e Cina.

