Quanto durerà la super inflazione? Ecco perché non tornerà al pre-Covid
L’inflazione è oggi per due terzi causata dal rincaro dell’energia, ma ci sono elementi più strutturali che non la faranno tornare ai livelli pre-Covid
di Morya Longo
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Forse sarebbe meglio mettersi il cuore in pace: la cavalcata dell’inflazione (arrivata al 7,9% negli Stati Uniti, al 7,3% in Germania e al 9,8% in Spagna) ha molti elementi transitori, ma ne ha anche alcuni strutturali. Duraturi. Che non scompariranno molto in fretta. Dai picchi attuali il costo della vita calerà prima o poi, questo lo prevedono tutti gli economisti, ma nessuno pensa che torneremo ai livelli di mini-inflazione che abbiamo conosciuto prima del Covid. E difficilmente passeremo questo periodo senza un consistente rallentamento economico, causato in Europa soprattutto dal caro-energia e negli Usa dal tentativo della Fed di calmare l’inflazione stessa. Insomma, facendo la media di tutte le opinioni di economisti e uffici studi interpellati dal Sole 24 Ore, uno scenario sembra prendere sempre più piede: la stag-flazione.
Il peso dell’energia
Un’analisi dell’ufficio studi di Intesa Sanpaolo dimostra che oggi, in Europa, il balzo dei prezzi è in gran parte causato dal rincaro dell’energia. Prendendo come punto di partenza il maggio 2018, quando l’indice dei prezzi in Eurozona raggiunse l’obiettivo della Bce al 2%, Intesa Sanpaolo ha calcolato da cosa è stata causata l’extra-inflazione di oggi (si tratta di 3,9 punti percentuali in più). Due terzi sono dovuti proprio alla componente energetica. E un’altra fetta importante (0,8 punti sui 3,9) va cercata nel settore alimentare, anch’esso in gran parte gravato dai maggiori costi dell’energia e dei fertilizzanti. Insomma: senza il petrolio e il gas alle stelle, in Eurozona l’inflazione sarebbe ben più bassa. Diverso il caso degli Stati Uniti, dove la componente energia ha causato solo un terzo circa del rincaro, mentre la parte più pesante è costituita dal rincaro delle automobili.
La componente transitoria
Questo fa giungere alla conclusione che in Europa la componente transitoria (ammesso che il prezzo dell’energia cali prima o poi) sia maggiore che negli Usa. Giustificando l’atteggiamento più cauto della Bce rispetto a quello della Fed Usa. Ma ci sono due problemi. Se da un lato in Europa i salari non stanno salendo (dal punto di vista dell’inflazione questo è positivo, anche se negativo dal punto di vista economico e sociale), stanno però aumentando le aspettative. Per intenderci: sempre più persone sono convinte che i prezzi saliranno. E questo è un primo elemento che rischia di rendere strutturale il caro-vita. Ma ce ne sono altri.
Le componenti strutturali
Innanzitutto la de-globalizzazione. Ormai è evidente che - soprattutto in settori sensibili come i semiconduttori, l’energia e i prodotti farmaceutici - avere filiere produttive lunghe e globali rappresenta un rischio: basta una pandemia (e il Covid non è sparito) o un pericolo geopolitico (come una guerra) per bloccare e mandare in tilt le catene di approvvigionamento. È quindi opinione diffusa che, almeno in questi settori, avverrà un rimpatrio delle produzioni. E questo farà salire i prezzi.
Altro fenomeno inflattivo è la transizione energetica: almeno per un certo lasso di tempo questo produce un aumento dei prezzi. Inoltre c’è chi, come Giuseppe Sersale di Anthilia, pensa che l’inflazione sarà tenuta elevata anche da «politiche fiscali che resteranno più espansive rispetto al decennio passato».


