Quei 230 miliardi che spiegano il rimbalzo delle Borse nonostante la guerra
Dai minimi del 7 marzo molte Borse hanno registrato forti rimbalzi: Milano del 15%. Ma le vicende belliche non sono migliorate. Ecco una spiegazione
di Morya Longo
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Norges Bank, la Banca centrale norvegese che gestisce il gigantesco fondo sovrano da 1.300 miliardi di dollari, non poteva (e non può) restare sbilanciata. Dopo il forte crollo dei mercati azionari di fine febbraio-inizio marzo, causato dalla guerra in Ucraina e dalle tensioni legate alle politiche delle banche centrali, non aveva altra scelta: per ripristinare il giusto mix tra azioni e obbligazioni nel suo gigantesco portafoglio, doveva (e probabilmente deve ancora completare l’opera) comprare azioni per qualcosa come 22 miliardi di dollari. Doveva farlo, per farsi trovare in regola con il bilanciamento del portafoglio alla “fotografia” che si scatterà a fine trimestre.
E Norges Bank non è l’unica ad avere questo problema. Calcolava JP Morgan l’8 marzo scorso, che complessivamente i fondi bilanciati, i fondi pensione e i fondi sovrani sarebbero stati costretti a comprare azioni per un totale di 230 miliardi di dollari entro fine marzo solo per questo motivo: ribilanciare i portafogli. Cioè ripristinare il giusto peso tra azioni e obbligazioni, dopo i crolli dei mercati.
Il gran rimbalzo
Sarà un caso, ma da allora - o meglio dai minimi toccati il 7 marzo da molti listini - le Borse hanno registrato recuperi notevoli. E, in fondo, non così giustificati da una situazione bellica che di spiragli non ne offre tantissimi: Piazza Affari da allora ha recuperato il 15,6%, Francoforte il 15,3%, l’indice Stoxx 600 il 12,24%, l’Eurostoxx il 10,5% e nel complesso le Borse mondiali il 7,8%.
Mentre gli analisti si scervellano ogni giorno per spiegare, giustificare e analizzare questi recuperi (la scorsa settimana è stata la migliore per le Borse dal novembre 2020), forse esiste una spiegazione tecnica che non giustifica totalmente rally così forti ma almeno li spiega in parte: la gigantesca manovra globale di ribilanciamento dei portafogli. Cosa che accadde anche nel marzo del 2020, quando - dopo il crollo causato dallo shock per la prima ondata di pandemia - partì un gigantesco rally.
I ribilanciamenti
Prima di guardare i numeri, bisogna capire il fenomeno. Esistono investitori istituzionali (come i fondi bilanciati, i fondi pensione o i fondi sovrani) che per statuto devono investire una percentuale predefinita del portafoglio in azioni e una percentuale in obbligazioni. I classici fondi bilanciati hanno la formula 60% in obbligazioni e 40% in azioni. Questo significa che ad ogni trimestre devono farsi trovare con queste percentuali in regola. Se in momenti normali ci vuole poco a ribilanciare i portafogli per fine trimestre, quando i mercati hanno violenti scossoni il ribilanciamento necessario è più marcato.


