Mind the Economy/Justice 94

Quello che ci dobbiamo l’un l’altro, anche dentro lo Studio Ovale

Thomas Scanlon

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Viviamo tempi confusi. Nei quali sembra che ciò che fino a ieri era considerato giusto oggi appare sbagliato e ciò che non tanto tempo fa ci appariva degno di valore oggi non lo è più. La lealtà, l’onore, la fiducia, il rispetto, la dignità, quelle virtù civiche che le società prospere hanno adottato come principi ispiratori sembrano aver perso la loro funzione regolatrice delle buone relazioni tra persone e nazioni. La forza, la prepotenza, l’avidità, il cinismo non vengono più dissimulati ma orgogliosamente ostentati come valori guida, in una cornice nella quale la pace è vista solo come il frutto della prevaricazione del più forte sul più debole. Un’imposizione stabilita e retta dalla mera logica della deterrenza. Questo cambiamento repentino al quale stiamo assistendo ci lascia disorientati e sgomenti, ammutoliti più che indignati. Cosa posso fare io? Cosa possiamo fare noi insieme? Come dovremmo reagire a questo capovolgimento di prospettiva. Davanti alla storia che mette la marcia indietro e, mentre calano le tenebre, spegne i fari.

Giusto o sbagliato?

Potrebbe non essere inutile tornare a chiedersi cos’è che ci fa considerare qualcosa giusto e qualcos’altro sbagliato. Potrebbe essere utile non dare per scontato che tutti conoscano questa distinzione e che, soprattutto, tutti vogliano agire in base ad essa. Occorre essere ben coscienti dei costi dell’immoralità per apprezzare la necessità di un agire morale. Per questa ragione, come scriveva qualche tempo fa Thomas Scanlon “anche dal punto di vista di coloro che già si preoccupano di ciò che è giusto e sbagliato, un mero ritratto di ciò che ci interessa può sembrare che ci dia meno di ciò che vogliamo: ciò che vogliamo sapere non è semplicemente ciò che ci preoccupa quando ci preoccupiamo di ciò che è giusto e sbagliato, ma perché questo è qualcosa di cui ci dobbiamo preoccupare”. Non è sufficiente stabilire una chiara distinzione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato – e sarebbe già tanto – ma occorre anche chiedersi perché dovremmo agire in base a questa distinzione prediligendo ciò che è giusto rispetto a ciò che è sbagliato.

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Giustizia è negoziazione

L’approccio di Scanlon supera sia le giustificazioni morali di natura utilitarista ma anche l’approccio deontologico kantiano. Un principio morale o politico non può fondarsi sulla somma dei benefici individuali né su un concetto astratto di dovere morale universale imposto senza considerazione per le opinioni altrui. La giustizia non può che essere frutto di un processo di negoziazione tra persone che si rispettano e sono disposte ad ascoltare ciascuna le ragioni delle altre. La prospettiva di Scanlon, quindi, è più vicina al contrattualismo, ma in una forma procedurale che lo differenzia dalle versioni classiche che da Hobbes portano fino a John Rawls. “Un atto è moralmente giustificato – scrive il filosofo - se e solo se le persone ragionevoli, se chiamate a giustificarlo, sarebbero in grado di sostenere la sua validità, senza contraddire le loro stesse convinzioni” (What We Owe to Each Other. Harvard University Press, 1998, p. 167). Questo principio implica che la legittimità di una norma morale dipenda dalla sua capacità di essere giustificata a tutte i membri di una comunità, e non da un bene collettivo che può trascendere o ignorare gli interessi degli individui. In tal senso, l’idea di giustizia di Scanlon è anti-utilitaristica perché non può giustificare un sacrificio o un’ingiustizia in nome di nessun bene maggiore. “La moralità non è una questione di matematica delle sofferenze ma di rispetto reciproco tra agenti razionali” (p. 157).

La distinzione tra giusto e sbagliato

Andando al cuore del problema, dunque, dovremmo chiederci “su cosa si fonda la distinzione tra giusto e sbagliato?” Nell’universo filosofico di Scanlon, la moralità è un dialogo tra persone. Le azioni non sono giuste o sbagliate di per sé, lo diventano in relazione alla possibilità che i principi che le giustificano possano essere accettati da tutti. In questo senso “Un’azione è sbagliata se e solo se essa è disapprovata da qualsiasi principio che nessuno potrebbe ragionevolmente rifiutare” (p. 153). Qui risiede il cuore pulsante del suo contrattualismo morale: la giustificazione non è un’opzione, ma un dovere morale. Il male, in questa prospettiva, non è l’infrazione ad un dogma, bensì l’incapacità di fornire una ragione che gli altri possano accettare. Se una menzogna non può essere giustificata a colui che ne è vittima, essa è sbagliata. Se un atto di ingiustizia non può essere spiegato senza ricorrere all’arbitrio, esso è moralmente inaccettabile. L’atteggiamento di Trump nei confronti del presidente ucraino Zelensky durante il colloquio nello studio ovale è immorale per questa ragione. Il voltafaccia dell’America rispetto ai suoi alleati europei è immorale perché non ci sono ragioni che possono giustificarlo che possano essere accettate anche dagli europei e dal popolo ucraino. Nessuna ragione, se si esclude l’arbitrio, naturalmente. Lo stesso vale per la scelta di Putin di invadere uno stato indipendente. “Vince il più forte da sempre in natura /E la paura dura più dell’amore / Voilà scacco matto, l’amore è un pacco / La difesa migliore è l’attacco / E figurati se è nucleare / Per logica vincono i bulli su scala mondiale” cantavano così gli Eugenio in Via di Gioia assieme a Willie Peyote nel loro Selezione Naturale.

La convivenza e la fiducia reciproca

Non sono tanto le conseguenze a rendere un’azione malvagia, ma il fatto che tale azione possa distruggere il tessuto della fiducia reciproca su cui si fonda la convivenza umana. E i segni di una iniziale rottura di questo tessuto, a livello internazionale, sono esattamente quelli di cui siamo testimoni in queste settimane. Non si può governare il mondo con l’irragionevolezza. Con l’incapacità, cioè, di fornire ragioni condivisibili. Ciò significa che non è sufficiente che qualcuno non sia d’accordo con un principio per rifiutarlo. Perché un principio o una scelta sia ritenuta moralmente corretta occorre che sia possibile fornire una giustificazione valida e accettabile da tutti. “Il fondamento della moralità non è un contratto imposto, ma un insieme di principi che nessuno potrebbe ragionevolmente rifiutare se fosse motivato a trovare un accordo con gli altri” (p. 162), scrive ancora Scanlon. E continua “Essere morali significa riconoscere gli altri come fini in sé, come individui a cui dobbiamo giustificazioni e rispetto” (p. 169). Quali sono state le giustificazioni di Trump e dei suoi? Quale il rispetto? “Trattare una persona come un mezzo per un fine – scrive ancora il filosofo americano - è una violazione del principio fondamentale di rispetto per la dignità umana” (p. 82). E non serve criticare questa posizione come moralistica. La morale di Scanlon, infatti, è antimoralistica. Un’azione è sbagliata non perché riduce il benessere complessivo, come direbbero gli utilitaristi, o perché viola qualche principio universale, come affermerebbero i kantiani. Un’azione è sbagliata quando mina la fiducia e il rispetto reciproco tra le persone. Mentire è sbagliato non perché riduce la felicità collettiva, ma perché distrugge la possibilità di una relazione basata sulla fiducia e sulla giustificazione. La moralità non è tanto una serie di regole, ma una forma di relazione sociale fondata sulla razionalità e sul rispetto reciproco.

I principi di moralità

Ma qui si pone un altro problema, e non da poco. Una volta definita la moralità nei termini di una “ragionevole giustificabilità” occorre spiegare perché, in fondo, dovremmo volere fare nostri i principi di moralità. Da una parte, infatti, abbiamo le ragioni per cui un’azione è moralmente giustificata e dall’altra, distinte dalle prime, le ragioni che ci spingono effettivamente ad agire moralmente. Questo è quello che Scanlon definisce il problema della “motivazione morale”. Una prospettiva comune a questo riguardo è quella secondo cui la spinta all’azione morale derivi solo dalla paura della sanzione o dal desiderio di una ricompensa, siano esse sociali, legali o divine). Scanlon rigetta questa posizione sottolineando come spesso le azioni morali non abbiamo nessuna ricompensa o sanzione ma solo un valore intrinseco. L’agire in maniera giusta è la ricompensa stessa dell’agire giusto. Un secondo problema a riguardo della motivazione morale è costituito dal cosiddetto “dilemma di Prichard”. Il filosofo inglese Harold Arthur Prichard, nella sua nota difesa dell’intuizionismo morale, sosteneva che ogni tentativo di giustificare le basi della moralità su ragioni naturali era destinato a fallire, perché o si afferma che un’azione è sbagliata semplicemente perché è sbagliata, il che è una tautologia, oppure si cerca una giustificazione esterna, ad esempio, il self-interest o la “massima felicità per il numero più grande, il che però non spiega il carattere distintivo dell’obbligazione morale. Scanlon si propone di superare il dilemma offrendo una spiegazione che non si basa né su una tautologia né sull’autointeresse né individuale né collettivo. La motivazione morale – afferma Scanlon – trova origine semplicemente nel desiderio di vivere in una società regolata da principi giustificabili. “Essere morali – scrive - non è solo un obbligo: è un modo di essere, un’espressione della nostra identità come individui che vogliono vivere in accordo con principi che possono difendere davanti agli altri.” (p. 181). Ma perché dovremmo dare priorità ai principi morali piuttosto che al nostro interesse personale o alla nostra felicità? La risposta è semplice: perché la moralità è la condizione necessaria per la convivenza tra agenti razionali. Ne è dimostrazione il fatto che l’incapacità di riconoscere le ragioni morali viene generalmente percepita come una colpa ben più grave rispetto ad altre forme di ignoranza o disinteresse. Scanlon descrive questo caso attraverso la figura dell’“amoralista”, ovvero di colui che pur comprendendo la differenza tra giusto e sbagliato, sceglie di non agire conformemente al giusto. Ci sono molte forme di ignoranza. Possiamo, per esempio, incontrare un “terrappiattista” che non conosce i principi basilari della scienza, o un incolto che non ha mai letto un’opera letteraria. Possiamo non diventarci amici ma il giudizio sui loro limiti intellettuali o estetici non può minare il nostro rispetto nei loro confronti come esseri umani. Tuttavia, prosegue Scanlon, un individuo che non riserva alla moralità un ruolo centrale nella sua vita genera una reazione molto più profonda. Scrive il filosofo “Il fallimento nel riconoscere le ragioni morali non è solo una lacuna nel giudizio, ma una barriera che impedisce la costruzione di relazioni umane basate sul rispetto reciproco” (p. 158). L’“amoralista” non è semplicemente ignorante o disinteressato: è qualcuno che nega la struttura stessa della moralità. Il suo rifiuto non si limita a un campo del sapere umano, ma una scelta che mina la possibilità di una vita condivisa fondata sulla giustificazione reciproca. “Il rifiuto di considerare la giustificabilità delle proprie azioni non è un semplice errore di valutazione: è un’affermazione che gli altri non contano, che non vi è nulla che si debba loro in quanto esseri razionali” (p. 159). Questo è il punto chiave: una persona che non riconosce la moralità come guida alle sue azioni non solo si isola dagli altri, ma si esclude dal concetto stesso di umanità condivisa. Essere morali non è una scelta opzionale: è la condizione necessaria per vivere in una comunità basata sulla fiducia e sul rispetto. Senza la moralità, senza la disponibilità a rendere conto delle nostre azioni agli altri, la società stessa crollerebbe.

La teoria della moralità

La teoria della moralità di Thomas Scanlon è profondamente relazionale: ciò che è giusto o sbagliato non sono dati assoluti, ma emergono dalla relazione con gli altri, dal dialogo e dalla giustificazione reciproca possibile tra individui razionali. La sua prospettiva non prevede che qualcuno debba rinunciare alla propria posizione per una qualche “ragione universale” astratta. Piuttosto, implica che le persone ragionino insieme per giustificare vicendevolmente le loro azioni e i loro principi, fino a quanto nessuno possa rifiutare un principio senza fornire buone ragioni. È un approccio dinamico che implica una dialettica continua, in cui le leggi e le politiche devono essere costantemente riesaminate e giustificate in base alla loro accettabilità da parte di tutti i membri della società e al consenso reciproco.

Esistiamo tra le parole che diciamo e quelle che ci vengono restituite. Viviamo nelle domande che ci poniamo a vicenda, nelle spiegazioni che dobbiamo agli altri, nelle giustificazioni che reggono il fragile ponte della convivenza umana. La riflessione di Thomas Scanlon suggerisce che la moralità non può essere ridotta ad un comando divino o a un freddo bilancio ragionieristico di gioie e sofferenze, ma è piuttosto un atto di riconoscimento, un patto silenzioso che ci lega nel rispetto e nella comprensione reciproca. È il desiderio di poter camminare nel mondo senza abbassare lo sguardo. La necessità di poter rispondere con buone ragioni a qualcuno che ci chiede “Perché hai fatto questo?”. La malvagità non si annida tanto nell’errore, ma nell’incapacità o nell’indisponibilità a fornire le ragioni delle nostre azioni. Ragioni che siano ragionevoli e condivisibili. L’immoralità sta quindi nel silenzio che nasce dall’ingiustificabile.

In questa prospettiva la scelta di vivere ed agire in maniera degna - come individui, comunità, stati - non rappresenta un limite, ma una possibilità. Non siamo legati da catene, ma da sottili fili di fiducia, intrecciati dalle ragioni che ci forniamo a vicenda. Ogni azione che compiamo si riflette negli occhi degli altri, ed è in quegli sguardi che possiamo trovare condanna o comprensione, alienazione o riconoscimento.

E così, la moralità di Scanlon si pone non come un’imposizione dall’alto, ma come una necessità che nasce dal basso, un appello costante alla nostra capacità di ascoltare e spiegare, di comprendere e rispondere, di essere umani nella forma più alta e nobile: quella di esseri che si devono reciprocamente qualcosa. Essere morali significa prendere parte a un dialogo infinito, in cui la nostra voce si unisce a quella di chi ci circonda. Ogni giustificazione accettata è un ponte costruito, ogni giustificazione negata è una strada chiusa. L’urlo dei cannoni è la negazione di tutto ciò. Perché circondati dal clangore assordante delle armi il dialogo si interrompe. Le ragioni ed il rispetto reciproco vengono cancellati. La dignità umana calpestata. È nostro compito, in questo tempo che si fa complicato ritrovare gli spazi di un dialogo che non può finire. È nostro dovere trovare giustificazioni alle nostre azioni che gli altri possano comprendere ed accogliere. E’, infine, necessario non perdere la speranza che memoria, ragione e rispetto possano continuare ad alimentare ed illuminare le nostre scelte.

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