Quello che ci dobbiamo l’un l’altro, anche dentro lo Studio Ovale
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Viviamo tempi confusi. Nei quali sembra che ciò che fino a ieri era considerato giusto oggi appare sbagliato e ciò che non tanto tempo fa ci appariva degno di valore oggi non lo è più. La lealtà, l’onore, la fiducia, il rispetto, la dignità, quelle virtù civiche che le società prospere hanno adottato come principi ispiratori sembrano aver perso la loro funzione regolatrice delle buone relazioni tra persone e nazioni. La forza, la prepotenza, l’avidità, il cinismo non vengono più dissimulati ma orgogliosamente ostentati come valori guida, in una cornice nella quale la pace è vista solo come il frutto della prevaricazione del più forte sul più debole. Un’imposizione stabilita e retta dalla mera logica della deterrenza. Questo cambiamento repentino al quale stiamo assistendo ci lascia disorientati e sgomenti, ammutoliti più che indignati. Cosa posso fare io? Cosa possiamo fare noi insieme? Come dovremmo reagire a questo capovolgimento di prospettiva. Davanti alla storia che mette la marcia indietro e, mentre calano le tenebre, spegne i fari.
Giusto o sbagliato?
Potrebbe non essere inutile tornare a chiedersi cos’è che ci fa considerare qualcosa giusto e qualcos’altro sbagliato. Potrebbe essere utile non dare per scontato che tutti conoscano questa distinzione e che, soprattutto, tutti vogliano agire in base ad essa. Occorre essere ben coscienti dei costi dell’immoralità per apprezzare la necessità di un agire morale. Per questa ragione, come scriveva qualche tempo fa Thomas Scanlon “anche dal punto di vista di coloro che già si preoccupano di ciò che è giusto e sbagliato, un mero ritratto di ciò che ci interessa può sembrare che ci dia meno di ciò che vogliamo: ciò che vogliamo sapere non è semplicemente ciò che ci preoccupa quando ci preoccupiamo di ciò che è giusto e sbagliato, ma perché questo è qualcosa di cui ci dobbiamo preoccupare”. Non è sufficiente stabilire una chiara distinzione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato – e sarebbe già tanto – ma occorre anche chiedersi perché dovremmo agire in base a questa distinzione prediligendo ciò che è giusto rispetto a ciò che è sbagliato.
Giustizia è negoziazione
L’approccio di Scanlon supera sia le giustificazioni morali di natura utilitarista ma anche l’approccio deontologico kantiano. Un principio morale o politico non può fondarsi sulla somma dei benefici individuali né su un concetto astratto di dovere morale universale imposto senza considerazione per le opinioni altrui. La giustizia non può che essere frutto di un processo di negoziazione tra persone che si rispettano e sono disposte ad ascoltare ciascuna le ragioni delle altre. La prospettiva di Scanlon, quindi, è più vicina al contrattualismo, ma in una forma procedurale che lo differenzia dalle versioni classiche che da Hobbes portano fino a John Rawls. “Un atto è moralmente giustificato – scrive il filosofo - se e solo se le persone ragionevoli, se chiamate a giustificarlo, sarebbero in grado di sostenere la sua validità, senza contraddire le loro stesse convinzioni” (What We Owe to Each Other. Harvard University Press, 1998, p. 167). Questo principio implica che la legittimità di una norma morale dipenda dalla sua capacità di essere giustificata a tutte i membri di una comunità, e non da un bene collettivo che può trascendere o ignorare gli interessi degli individui. In tal senso, l’idea di giustizia di Scanlon è anti-utilitaristica perché non può giustificare un sacrificio o un’ingiustizia in nome di nessun bene maggiore. “La moralità non è una questione di matematica delle sofferenze ma di rispetto reciproco tra agenti razionali” (p. 157).
La distinzione tra giusto e sbagliato
Andando al cuore del problema, dunque, dovremmo chiederci “su cosa si fonda la distinzione tra giusto e sbagliato?” Nell’universo filosofico di Scanlon, la moralità è un dialogo tra persone. Le azioni non sono giuste o sbagliate di per sé, lo diventano in relazione alla possibilità che i principi che le giustificano possano essere accettati da tutti. In questo senso “Un’azione è sbagliata se e solo se essa è disapprovata da qualsiasi principio che nessuno potrebbe ragionevolmente rifiutare” (p. 153). Qui risiede il cuore pulsante del suo contrattualismo morale: la giustificazione non è un’opzione, ma un dovere morale. Il male, in questa prospettiva, non è l’infrazione ad un dogma, bensì l’incapacità di fornire una ragione che gli altri possano accettare. Se una menzogna non può essere giustificata a colui che ne è vittima, essa è sbagliata. Se un atto di ingiustizia non può essere spiegato senza ricorrere all’arbitrio, esso è moralmente inaccettabile. L’atteggiamento di Trump nei confronti del presidente ucraino Zelensky durante il colloquio nello studio ovale è immorale per questa ragione. Il voltafaccia dell’America rispetto ai suoi alleati europei è immorale perché non ci sono ragioni che possono giustificarlo che possano essere accettate anche dagli europei e dal popolo ucraino. Nessuna ragione, se si esclude l’arbitrio, naturalmente. Lo stesso vale per la scelta di Putin di invadere uno stato indipendente. “Vince il più forte da sempre in natura /E la paura dura più dell’amore / Voilà scacco matto, l’amore è un pacco / La difesa migliore è l’attacco / E figurati se è nucleare / Per logica vincono i bulli su scala mondiale” cantavano così gli Eugenio in Via di Gioia assieme a Willie Peyote nel loro Selezione Naturale.
La convivenza e la fiducia reciproca
Non sono tanto le conseguenze a rendere un’azione malvagia, ma il fatto che tale azione possa distruggere il tessuto della fiducia reciproca su cui si fonda la convivenza umana. E i segni di una iniziale rottura di questo tessuto, a livello internazionale, sono esattamente quelli di cui siamo testimoni in queste settimane. Non si può governare il mondo con l’irragionevolezza. Con l’incapacità, cioè, di fornire ragioni condivisibili. Ciò significa che non è sufficiente che qualcuno non sia d’accordo con un principio per rifiutarlo. Perché un principio o una scelta sia ritenuta moralmente corretta occorre che sia possibile fornire una giustificazione valida e accettabile da tutti. “Il fondamento della moralità non è un contratto imposto, ma un insieme di principi che nessuno potrebbe ragionevolmente rifiutare se fosse motivato a trovare un accordo con gli altri” (p. 162), scrive ancora Scanlon. E continua “Essere morali significa riconoscere gli altri come fini in sé, come individui a cui dobbiamo giustificazioni e rispetto” (p. 169). Quali sono state le giustificazioni di Trump e dei suoi? Quale il rispetto? “Trattare una persona come un mezzo per un fine – scrive ancora il filosofo americano - è una violazione del principio fondamentale di rispetto per la dignità umana” (p. 82). E non serve criticare questa posizione come moralistica. La morale di Scanlon, infatti, è antimoralistica. Un’azione è sbagliata non perché riduce il benessere complessivo, come direbbero gli utilitaristi, o perché viola qualche principio universale, come affermerebbero i kantiani. Un’azione è sbagliata quando mina la fiducia e il rispetto reciproco tra le persone. Mentire è sbagliato non perché riduce la felicità collettiva, ma perché distrugge la possibilità di una relazione basata sulla fiducia e sulla giustificazione. La moralità non è tanto una serie di regole, ma una forma di relazione sociale fondata sulla razionalità e sul rispetto reciproco.


