Lavoro sfruttato

Raccolta dei meloni e allevamento nel mirino dei caporali lombardi

La Regione approva una mozione per monitorare il fenomeno e promuovere strumenti di contrasto all’illegalità

di Micaela Cappellini

Lo stallo delle azioni di contrasto al caporalato riguarda anche la creazione delle sezioni territoriali della Rete del lavoro agricolo di qualità. Poche le aziende iscritte alla rete perché manca una premialità (AdobeStock)

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Micaela Cappellini

L’ultima operazione dei carabinieri risale a metà ottobre: una ventina di imprenditori agricoli sono stati denunciati per caporalato e manodopera clandestina nelle campagne mantovane. Ma i numeri dello sfruttamento del lavoro nero nei campi sono più alti: secondo l’ultimo rapporto del centro ricerca l’Altro Diritto dell’Università di Firenze in collaborazione con la Flai Cgil, la Lombardia rappresenta insieme al Veneto la regione che oggi ha più procedimenti giudiziari aperti contro il caporalato.

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Una fetta dell’esercito dei 200mila invisibili dell’agricoltura made in Italy dunque vive e lavora in Lombardia. Dove? Secondo il rapporto ”Cibo e sfruttamento” dell’associazione Terra! molti di loro si trovano nella campagna mantovana, dove da maggio a ottobre si raccolgono i meloni. Con quasi 90mila tonnellate all’anno, la provincia di Mantova è la seconda area italiana più importante per la produzione di meloni dopo la Sicilia. I distretti di Viadana a Ovest e di Rodigo a Nord vedono la presenza massiccia di lavoratori pakistani e indiani, mentre l’area mantovana che costeggia il Po è a maggioranza marocchina, anche se ultimamente ha visto l’arrivo degli immigrati moldavi a fare concorrenza ai nordafricani. Tra questi c’è chi è in regola, e chi invece guadagna solo 5 euro all’ora in nero, a fronte dei 10 previsti dal contratto provinciale per chi raccoglie la frutta.

L’altro comparto in cui si concentra lo sfruttamento dei lavoratori in Lombardia è quello degli allevamenti di maiali. La regione ospita il 50% di tutti i suini allevati in Italia, oltre 4 milioni, stipati in circa 6.700 allevamenti. Il 50% di chi si occupa degli animali è indiano, ghanese, cinese o dell’Est Europa. Individuare il lavoro nero in questo settore è più difficile, perché i marchi più noti di carni e salumi non hanno allevamenti propri ma si riforniscono in outsourcing, dove è molto diffuso il sottoinquadramento contrattuale della manodopera.

L’area dove sono cominciate le denunce contro il caporalato è stata però la Franciacorta, dove si produce vino. «In Lombardia il sindacato di strada è nato a Brescia», racconta Alberto Semeraro, segretario generale della Flai Cgil Lombardia, tra i pionieri di quella battaglia. «Attaccavamo le informazioni sui salari e sui diritti dei braccianti sopra le bottigliette dell’acqua, e poi andavamo a distribuirle ai lavoratori immigrati nelle vigne». La Franciacorta oggi è molto cambiata, le case produttrici di vino hanno imboccato la via della legalità: «Del resto - ricorda Semeraro - si tratta di un comparto che concede ampi margini di guadagno, dove la concorrenza sul prezzo non è serrata». Nell’ortofrutta invece, dove vince chi offre un prodotto a qualche centesimo in meno, il costo del lavoro è ancora la variabile su cui si cerca di risparmiare, anche a discapito dei diritti dei lavoratori. «Il lavoro irregolare nei campi della Lombardia è ancora molto diffuso - dice Semeraro - e quantificarlo è difficile. Ci sono le denunce, certo, ma la maggior parte dei lavoratori sfruttati , poiché non ha i documenti di soggiorno in regola, non denuncia». Le baraccopoli però, almeno quelle, in Lombardia non ci sono: «I ghetti come quello di Borgo Mezzanone in Puglia non li ho mai visti - dice Semeraro - molti dei lavoratori irregolari che vengono a fare la raccolta in Lombardia trovano sistemazione in vecchie strutture fuorimano, ma dignitose».

L’anno scorso, dopo la pubblicazione del report sul caporalato in Lombardia, l’associazione Terra! è stata ascoltata due volte dal Consiglio regionale lombardo. La prima volta a luglio, la seconda a novembre. «Sulla scia dell’indignazione per la morte di Satnam Singh la scorsa estate a Latina - racconta Maria Panariello, che ha coordinato il rapporto di Terra! - la Regione ha approvato la mozione contro il caporalato presentata dal Pd: impegna la giunta regionale a raccogliere i dati per monitorare il fenomeno, ad aumentare le attività di controllo e a promuovere strumenti di contrasto all’illegalità». Le intenzioni sono buone, ma bisogna ancora capire che tipo di gambe verranno date alla mozione: «Ad oggi - dice Panariello - ancora non sappiamo per esempio se la Regione metterà a budget dei fondi ad hoc».

Lo stallo delle azioni di contrasto riguarda anche la creazione delle sezioni territoriali della Rete del lavoro agricolo di qualità prevista dalla normativa anticaporalato: «Le aziende non si iscrivono alla rete perché manca una premialità per chi lo fa - dice Panariello - a Reggio Emilia e nel Foggiano, dove le aziende che si registrano ottengono una diminuzione dei controlli, le iscrizioni hanno preso piede». In Lombardia, così come nel resto d’Italia, mancano i centri per l’impiego per l’incrocio legale tra la domanda e l’offerta di lavoro nei campi, «e manca anche un piano per gli alloggi e per il trasporto dei lavoratori nei campi - dice ancora la coordinatrice - alcuni imprenditori agricoli, più giovani e illuminati, si stanno organizzando per mettere insieme un servizio navetta e sottrarre così ai caporali il loro ruolo di trasportatori. Ma la verità è che per fare questo dovrebbero esserci dei servizi pubblici che ancora non ci sono».

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