Intervista al ceo

Ralph Lauren, la Cina e la qualità (anche italiana) fanno brillare i conti del 2024

Incontro con Patrice Louvet, presidente e ceo di Ralph Lauren, che commenta i dati del terzo trimestre (+10,8% a 2,14 miliardi di dollari): «Il nostro mantra è: il consumatore è intelligente»

La sfilata della collezione PE 2025 di Ralph Lauren lo scorso settembre negli Hamptons

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I risultati dei primi nove mesi dell’esercizio fiscale 2024-25 (aprile-dicembre) sono arrivati ieri da New York e Patrice Louvet, presidente e ceo di Ralph Lauren, società quotata a New York, mai avrebbe potuto svelarli in anticipo in occasione della presentazione della Purple Label del brand durante le recenti giornate della moda maschile di Milano.

Ralph Lauren inaugura la New York Fashion Week con tanti ospiti

C’era però da scommettere che i dati sarebbero stati positivi, sia per l’atmosfera generale della sede milanese di Ralph Lauren, sia per la serenità e la calma, quasi olimpica, di Louvet, sia per la presentazione in sé, una sintesi perfetta della visione dello stilista e imprenditore americano, portata avanti in simbiosi con il ceo. Negli anni Ralph Lauren ha creato un universo a sua immagine e somiglianza: il che significa, come ha spesso spiegato, restare fedele a un’idea di stile profondamente radicato nella cultura e nella storia americana, a partire dal “wild west”, ma che vuol dire anche osservare i cambiamenti della società.

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Altro merito di Ralph Lauren è di aver differenziato l’offerta, senza però esagerare, né nella quantità di linee né nei prezzi della fascia media. Last but not least, lo stilista ha intessuto diverse collaborazioni con aziende italiane della filiera del tessile, garantendosi tessuti ed accessori sviluppati in esclusiva, in particolare per la Purple Label, la collezione uomo dal posizionamento più alto.

Nel solo terzo trimestre (ottobre-dicembre) i ricavi sono cresciuti del 10,8% a 2,14 miliardi di dollari, quando la stima degli analisti era di 2,01 miliardi. A sorprendere il dato dalla Cina, dove il trend di crescita dura da due anni e che nel periodo ottobre-dicembre ha visto i ricavi aumentare del 20%. Bene anche l’utile netto, passato, nel terzo trimestre, da 277 a 297 milioni di dollari. Nel pre-trading le azioni Ralph Lauren sono salite del 12%, sulla scia delle previsioni sui ricavi dell’intero esercizio, che terminerà nel marzo 2025, di fatto raddoppiate da +3-4% a +6-7%.

Partiamo da uno sguardo locale: quanto è importante l’Italia per Ralph Lauren?
«Lo è da molti punti di vista: produciamo qui parte delle scarpe e della pelletteria da donna, nonché dell’abbigliamento e per l’uomo i tessuti e le lavorazioni che troviamo in Italia sono parte integrante della qualità e bellezza del prodotto finale. L’Italia è anche un mercato importante sul quale abbiamo investito molto: cinque anni fa c’era un solo monomarca, quello di Milano, oggi siamo a 16, al quale si aggiungono i punti vendita negli outlet. Al prossimo Salone del mobile sveleremo i primi risultati della partnership con Lifestyle Design (l’azienda guidata da Dario Rinero che produrrà mobili e complementi d’arredo della Home Collection Ralph Lauren, ndr) e poi ci sono le olimpiadi invernali, tra gli eventi sportivi ai quali siamo più legati, insieme a Wimbledon».

È un momento di incertezza per l’industria della moda globale. Come spiega la vostra resistenza, persino in Cina, dove molti sono in difficoltà?
«Coerenza e chiarezza di visione, non tanto e non solo mia, ma di Ralph Lauren: ogni settimana ci ritagliamo il tempo per pranzare insieme e parlare di tutto. Di dati aziendali, certo, ma anche dei segnali dai diversi mercati, accanto a spunti di cronaca che ci hanno colpito, nonché delle rispettive passioni. Dobbiamo restare concentrati sul prodotto, sulle persone all’interno dell’azienda che rendono possibile la creazione e la realizzazione di tutto quello che facciamo e naturalmente sui consumatori. La tecnologia ci ha permesso di rendere più efficiente ogni processo aziendale ma, forse ancora più importante, ci ha dato strumenti per facilitare il lavoro, ad esempio, di chi lavora nei negozi, e per conoscere meglio, senza essere invasivi, le esigenze e i desideri dei clienti finali, sia dei negozi fisici sia dello store online».

Il Polo Bar di Ralph Lauren a Manhattan si trova sulla East 55th Street

Crede anche lei che alcuni marchi abbiano alzato troppo i prezzi, allontanando molti consumatori?
«Desidero parlare solo per Ralph Lauren e premetto che prima di arrivare in questa azienda, nel 2017, ho lavorato molti anni per un colosso del largo consumo come Procter&Gamble. Lì ho imparato a seguire un mantra che, secondo me, vale per tutti, compreso l’alto di gamma e quello che adesso sento chiamare anche lusso assoluto o altissimo di gamma. Il mantra è: il consumatore è intelligente. Non credo di dover aggiungere altro... (sorride)».

Accanto alla classica divisione tra parte sportiva e più classica, avete continuato a espandervi in altre categorie. Crescerà, ad esempio, anche la ristorazione?
«Abbiamo basi solide, un dna estremamente riconoscibile, clientela di ogni generazione e Paese e cultura: direi che Ralph Lauren è da molto tempo un marchio che rappresenta uno stile di vita e che riesce a non escludere nessuno dal suo mondo. È quasi una magia, in un momento di tanta incertezza geopolitica, ma è proprio così: la storia di un marchio e dello stilista che c’è dietro non si inventa, si costruisce e poi si racconta e “declina”. Quindi ogni categoria, dagli orologi alla casa, dalle collezioni per lo sport ai ristoranti, ha spazi di crescita e per il 2025 siamo decisamente ottimisti».

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