Welfare

Rapporto WeWorld: l’Italia non è un Paese per famiglie. Le madri del Sud sono le più penalizzate

Sono le donne il gruppo sociale a più alto rischio di marginalizzazione nel Paese: pesano i bassi tassi di occupazione e l’assenza di servizi per l’infanzia. Sondaggio Ipsos: sul lavoro ostacoli e discriminazioni abbondano

di Flavia Landolfi e Manuela Perrone

(Adobe Stock)

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Sono le donne il gruppo sociale più vulnerabile e più esposto ai rischi di marginalizzazione e violazione dei diritti umani: registrano un punteggio di 42,2 su 100 nel WeWorld Index Italia 2025, presentato stamattina nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani in Senato. Si tratta della quarta edizione del rapporto che analizza la condizione di donne, bambine e bambini nel nostro Paese, che strappa a malapena la sufficienza. Chiari i risultati: il 28,3% delle donne e il 29,9% dei minori vivono in Regioni dove l’accesso ai diritti fondamentali è scarso. “Il diritto al futuro non può essere un privilegio riservato a poche persone: deve essere garantito a tutte e tutti, indipendentemente dal luogo di nascita, dal genere, dall'età o dalla condizione economica - ha detto il presidente dell'associazione, Marco Chiesara -. Eppure, in Italia, ancora troppe persone, soprattutto donne, bambine e bambini, crescono sapendo che le loro possibilità di realizzazione saranno limitate fin dall'inizio”. Si rivolge al mondo della politica e a quello delle istituzioni il rapporto di WeWorld perché “non è solo una raccolta di dati: è un richiamo alla responsabilità collettiva” che guardi negli occhi un sistema in cui “le disuguaglianze persistono, le opportunità non sono le stesse per tutte e tutti, e troppo spesso i diritti vengono negati, specialmente ai minori e alle donne”. In sintesi, chiosa Chiesara, “il nostro è ancora un Paese pensato a misura di uomini adulti”.

La condizione peggiore? Quella delle madri del Sud

Sono i numeri a parlare e i numeri tratteggiano uno scenario di arretratezza generale con sacche di povertà anche educativa soprattutto nel Mezzogiorno. Come sottolinea Lavina Mennuni, senatrice Fdi e componente della commissione Bilancio, “c'è ancora un lavoro complicato da svolgere perché nonostante i molti e importanti passi in avanti con i congedi dei padri e la decontribuzione del lavoro femminile, bisogna scardinare l'elemento culturale per vedere attuata la pari responsabilità tra padri e madri»”. I dati del WeWorld Index Italia ribadiscono la profondità del divario tra Nord e Sud. Le più penalizzate in assoluto appaiono le madri del Mezzogiorno, con un tasso di occupazione che non supera il 69,5% rispetto a quello delle donne senza figli. In Sicilia, maglia nera, la percentuale scende al 61 per cento. In generale, le Regioni meridionali risultano le più carenti nell’implementazione di diritti fondamentali, come educazione e salute, e presentano significative difficoltà anche in termini di condizione economica e partecipazione politica femminile. Per la senatrice dem Simona Malpezzi “l'impossibilità di accedere agli asili per i bambini del Mezzogiorno è tempo scuola rubato e si traduce nella scelta della madre di smettere di lavorare; per questo dobbiamo lavorare tutti insieme, indipendentemente dalle appartenenze politiche”.

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Sondaggio Ipsos, l’assenza di smart working penalizza le donne

Nel rapporto sono contenuti anche gli esiti di un sondaggio realizzato insieme a Ipsos, condotto su 1.100 lavoratori italiani e lavoratrici italiane, da cui emergono significative disuguaglianze di genere nel mondo del lavoro, con particolare attenzione alla conciliazione vita-lavoro e alla soddisfazione professionale. Il 64% delle persone intervistate segnala l’assenza di opportunità di smart working nelle proprie aziende. Le donne ne fanno un uso maggiore rispetto agli uomini, spinte dalla necessità di maggiore flessibilità a causa della sbilanciata distribuzione del lavoro di cura. D’altro lato, sono soprattutto gli uomini, circa 1 su 4 (23%), a non farne mai uso, mentre solo il 14% delle donne si comporta allo stesso modo.

Ancora discriminazioni nei colloqui di lavoro

La discriminazione di genere nei colloqui di lavoro, inoltre, è ancora piuttosto diffusa: al 61% delle donne è stato chiesto se avessero figli o figlie, al 44% se stessero pianificando di averne (ben 22 punti percentuali in più rispetto agli uomini) e al 25% se fossero incinte. Agli uomini, invece, vengono chieste più spesso informazioni sulla salute (35%), sul lavoro svolto dai genitori (34%) e sull’appartenenza sindacale (31%). I dati confermano quanto il mercato del lavoro italiano sia ancora intriso di stereotipi di genere e connotato a una distribuzione iniqua del carico familiare. Le emozioni provate durante i colloqui riflettono le disparità: le donne riportano livelli di ansia più elevati (48% contro il 40% degli uomini), gli uomini si sentono più determinati (35% contro il 27% delle donne).

Servizi socioeducativi al palo: nel Mezzogiorno copertura del 17,3%

Basso tasso di occupazione femminile e scarsa copertura dei servizi socioeducativi vanno a braccetto. Il report continua a evidenziarlo: al Sud la presenza di asili nido e altre strutture per la prima infanzia è ferma al 17,3%, contro l’obiettivo europeo del 45%. Ma anche il Nord non raggiunge livelli ottimali, a riprova di quanto l’intero Paese fatichi a investire in politiche per l’infanzia e la parità di genere.

Trento in vetta, Sicilia e Campania in coda

In cima alla classifica per servizi e attenzione alle esigenze delle famiglia continua a posizionarsi la Provincia Autonoma di Trento, che vanta un punteggio di 67,3, seguita a breve distanza da Friuli-Venezia Giulia (64,9) Valle d’Aosta ed Emilia-Romagna (63,6), tutte in miglioramento rispetto al 2018. La Toscana compie un balzo dal nono al quinto posto e conquista un rispettabile 63,3. Scendendo lungo la penisola il quadro si fa critico: Sicilia (38,3), Campania (39,4) e Calabria (41,8) si piazzano agli ultimi posti, con margini di miglioramento troppo esigui per superare le difficoltà. Puglia e Basilicata raggiungono rispettivamente il 17° e 18° posto con punteggi di 43 e 42,4.

Famiglie non supportate, e la genitorialità condivisa è un miraggio

Il rapporto è netto: l’Italia continua a non sostenere adeguatamente le famiglie. «La mancanza di politiche efficaci a sostegno della genitorialità - afferma - aumenta le difficoltà nella conciliazione tra vita privata e lavorativa, limita l’accesso a servizi di qualità e contribuisce a una crescente fragilità economica». Impossibile cambiare, sostiene l’organizzazione, senza superare l’idea che esista una sola forma di famiglia e che il lavoro di cura sia un compito esclusivamente femminile.

Per i padri congedi scarsi e poco diffusi

Se l’Italia non è un Paese per madri (parlano i dati: il 72,8% delle dimissioni di neogenitori riguarda le madri, e solo il 57,8% delle donne con figli lavora), non sembra neanche un Paese per padri. Il congedo di paternità è troppo breve (appena dieci giorni obbligatori), quello parentale sembra ancora un privilegio per pochi, insufficiente e scarsamente utilizzato. Alle madri viene lasciato il peso del lavoro di cura gratuito, che spesso è tale da impedire loro l’accesso al mercato del lavoro retribuito.

«Famiglie reali fuori dalle priorità del Paese»

«Sentiamo parlare continuamente nel discorso politico di famiglia - afferma Dina Taddia, consigliera delegata di WeWorld - eppure le famiglie reali, quelle fatte di madri che lottano per conciliare lavoro e vita privata, di padri che vorrebbero ma non possono essere presenti, di bambini e bambine privi di servizi essenziali, restano fuori dalle priorità del Paese». Per non parlare delle famiglie non tradizionali, monoparentali, con background migratorio, omogenitoriali, «i cui bisogni - sostiene Taddia - restano completamente ai margini. Il WeWorld Index Italia 2025 lo conferma: l’Italia non sta investendo abbastanza su infanzia e famiglie.

Le raccomandazioni: agire su più livelli

«I dati del nostro sondaggio confermano quanto il mercato del lavoro italiano sia ancora condizionato da stereotipi di genere e da una distribuzione iniqua del carico familiare», aggiunge Martina Albini, coordinatrice del centro studi di WeWorld. «Per garantire un’effettiva parità di opportunità, servono politiche di welfare strutturali, che includano congedi parentali equamente distribuiti, maggiore accesso allo smart working e un cambiamento culturale che superi le discriminazioni ancora presenti nei processi di selezione e nelle carriere professionali».

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