Recordati, il target è fino al 25% dei ricavi da malattie rare. Il gruppo nelle “orphan drugs” guarda alla Cina
Nulla è deciso ma l’Impero di Mezzo è tra i mercati che interessano per le patologie rare. Nodo recessione: l’azienda dice che la diversificazione geografica e di portafoglio limita l’impatto della crisi
di Vittorio Carlini
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Da un lato accelerare, seppure i farmaci di specialità e medicina generale restano il core business, nel mondo delle malattie rare. Dall’altro consolidare ed aumentare la diversificazione del portafoglio prodotti e l’articolazione della presenza geografica. Sono tra le priorità di Recordati a sostegno dell’attività. Il gruppo, che svolgendo attività essenziali non ha interrotto la produzione, proprio di recente ha pubblicato i dati del primo trimestre del 2020.
I numeri indicano ricavi e redditività in aumento. Le vendite sono salite a 429,2 milioni. Il rialzo, rispetto allo stesso periodo del 2019, è del 12,1%. Un valore che, al netto dell’incremento di 20 milioni dovuto al balzo delle scorte per il Covid-19 (di cui si prevede il riassorbimento nel II trimestre), implica comunque l’aumento del 6,8%.
L’Ebitda, dal canto suo, è di 172,9 milioni (+20,1%) mentre l’utile operativo è arrivato a 148,4 milioni (+17,8%). In aumento la stessa marginalità: il rapporto tra Mol e ricavi si è assestato al 40,3%.
L’attività aziendale
Fin qui il primo trimestre. Il risparmiatore però domanda: quali le strategie di sviluppo? Al fine di rispondere è utile, dapprima, ricordare sommariamente l’oggetto sociale dell’azienda. In tal senso, di là dalla divisione chimico-farmaceutica (produzione di principi attivi e intermedi per l’industria) che ha un peso limitato sui ricavi (3,1% a fine 2019), il gruppo ripartisce l’attività in due segmenti operativi. Il primo, quello storico e maggiormente preponderante (83,1% dei ricavi al 31/12/2019), è lo “Specialties & Primary care”. Cioè: i farmaci di specialità e di medicina generale. Il secondo invece, riconducibile a “Recordati Rare Diseases”, sono le cosiddette malattie rare (16,9% sempre a fine 2019)
Ebbene un focus, per l’appunto, è su questa seconda area. Recordati, di cui la “Lettera al risparmiatore” ha sentito i vertici, da tempo è concentrata nello sviluppo del settore. Si tratta di un comparto in crescita. Nel 2019 sono stati destinati globalmente circa 136 miliardi di dollari alla cura delle patologie rare e nel 2024 le stime indicano un valore intorno a 242 miliardi. Con riferimento a Recordati l’incidenza delle malattie orfane sul giro d’affari, negli ultimi 4 esercizi, si è aggirata tra il 15 e il 17%. Al 31 marzo scorso il peso è al 18%.
L’incremento prosegue? La risposta è positiva. La multinazionale farmaceutica, da un lato, vuole crescere in tutte le aree d’attività; ma, dall’altro, indica che l’obiettivo è arrivare a generare dalle “orphan drugs” fino al 25% dei ricavi.
Il target, a ben vedere, è da perseguirsi grazie a varie strategie. Dapprima c’è lo sforzo nello sviluppo interno di nuovi farmaci. Il gruppo, poi, punta a stipulare accordi con realtà che, ad esempio, hanno realizzato la fase pre-clinica della medicina ma non riescono a svilupparla o commercializzarla. Non solo. Recordati, da un lato, acquista le licenze per la vendita dei prodotti; e, dall’altro, realizza l’M&A dei medesimi. In quest’ultima tipologia rientra lo shopping di Signifor/Signifor Lar e Isturisa.
Gli investimenti
In generale, comunque, Recordati sul fronte delle malattie rare sfrutta molto gli investimenti in ricerca e sviluppo. In media l’R&D annuo complessivo è l’8-9% dei ricavi.
Una parte rilevante di queste spese è proprio verso le “orphan drugs”. Al che il risparmiatore fa una considerazione: il gruppo realizza importanti esborsi su farmaci che, per la loro stessa natura, non sono contraddistinti da grandi volumi. Una situazione la quale può implicare un maggiore rischio per il business.
Recordati non condivide la valutazione. La società ricorda che ogni malattia rara riguarda un numero limitato di persone. Questa caratteristica, da un lato, permette di contenere i costi per lo sviluppo del singolo farmaco; e dall’altro, aggiunge sempre l’azienda, consente di avviare lo sviluppo di altri medicinali. Di conseguenza il portafoglio dei farmaci, compresi quelli in via di sviluppo, è diversificato. Il che, conclude Recordati, riduce il rischio.
Quell’alea che, peraltro, è attenuata anche dalla diversificazione geografica. Rispetto alle malattie rare, va ricordato, i Paesi spesso centralizzano i centri per le cure. Questo, unito al limitato numero di pazienti, rende sufficiente la presenza di filiali “leggere” nei diversi mercati. Così Recordati, ad oggi,opera direttamente in diverse regioni: dall’Europa al Medio Oriente fino agli Usa il Canada e Messico. Senza dimenticare alcuni mercati del Sud America (ad esempio Brasile), il Giappone e l’Australia.
C’è la volontà di allargare la presenza diretta in ulteriori Paesi? La risposta, seppure allo stato attuale nulla è stato deciso, è positiva. Si guarda dapprima alla Cina. Poi ad altri Stati come la Corea del Sud oppure l’Argentina. Insomma: Recordati punta a nuovi mercati per espandere la presenza geografica nelle malattie rare.
Medicine di specialità
Dalle “orphan drugs” ai farmaci di specialità e di medicina generale. Questi ultimi, nel primo trimestre del 2020, hanno generato ricavi per 351,78 milioni a fronte dei 326,84 dello stesso periodo del 2019.
I costi, dal canto loro,sono saliti: da 228 milioni a 237,3 milioni. L’incremento, però, è stato caratterizzato da una velocità inferiore rispetto a quella del fatturato. Tanto che il rapporto tra utile operativo e ricavi si è assestato al 32,5% rispetto al 30,2% di un anno prima. Vale a dire: la marginalità è cresciuta. Quella marginalità, va ricordato, che è inferiore alla profittabilità del business delle malattie rare. Quest’ultime, sempre al 31 marzo scorso, avevano un Ebidta margin del 51,3% rispetto al 43,9% dei farmaci di specialità e di medicina generale.
Detto della dinamica dei vari numeri, va sottolineato che nello “Specialty & Primare Care” gli investimenti sono anche, e soprattutto, in funzione del “life cycle management” del farmaco. Cioè: le attività (ad esempio il miglioramento o ampliamento dell’applicazione della medicina) che consistono nella gestione del ciclo di vita dei prodotti.
Prodotti che, in diversi casi, sono stati sviluppati e realizzati da Recordati. È il caso, ad esempio, dello “storico” Zanidip (lercanidipina) che, nel primo trimestre del 2020, ha realizzato vendite per 40,67 milioni (+8,7%).
A fianco di simili medicine ce ne sono poi altre, come Urorec o Livazo, di cui il gruppo ha acquisito la licenza di vendita. Oppure Seloken e Logimak rispetto ai quali, invece, la società ha comprato il prodotto (nel caso specifico limitatamente all’Europa).
La strategia, insomma, è “affiancare” ai farmaci propri altre medicine o con l’M&A o acquisendone la licenza. Un’impostazione che consente tra le altre cose, e similmente a quanto visto nelle “orphan drugs”, la diversificazione del business.


