Reddito di cittadinanza, come funzionano (male) i centri per l’impiego che Di Maio vuole rilanciare
di Francesca Barbieri
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Dal congresso della Uil il ministro del Lavoro Luigi Di Maio riaccende i riflettori sul reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle e punto chiave del contratto di Governo. Un strumento legato a doppio filo con i centri per l’impiego, le oltre 500 strutture pubbliche di collocamento, sul quale l’Esecutivo vorrebbe investire oltre due miliardi di euro.
Ma come funzionano oggi queste strutture? La risposta arriva dal territorio. «Nel 2017 abbiamo accolto quasi 80mila persone allo sportello, registrato oltre 23mila dichiarazioni di disponibilità e 25mila patti di servizio, effettuato 18mila colloqui individuali e di orientamento specialistico, ricevuto dalle aziende richiesta di reperimento di 3.335 lavoratori, cui ne abbiamo segnalati
27.760, avviato al lavoro 624 disabili e attivato 6.505 tirocini. Il tutto con 74 dipendenti in sei strutture diverse, di cui 7 a termine, sempre di meno visto che negli ultimi 3 anni ne abbiamo persi 22». A parlare è Diana Melocco, a capo del centro per l’impiego di Treviso, che precisa: «Con la crisi il target si è ampliato e diversificato: abbiamo molti giovani, ma anche disoccupati over 50. Nei primi quattro mesi del 2018 i colloqui sono più che raddoppiati, con un aumento del 75% dei cv pubblicati».
Treviso è solo un caso del “virtuoso” Nord Est, dove i centri per l’impiego sono meno in allarme sulla carenza di strumenti tecnologici rispetto ad altre zone (meno del 40% boccia le dotazioni informatiche, al Sud si supera il 70%), ma che dall’altro lato sono ormai in “overload” di utenti: 465 contatti per addetto negli ultimi 12 mesi, rispetto a una media nazionale di 359, che corrisponde a oltre 2,8 milioni di persone che si sono rivolte a centri per l’impiego nel 2017. E i numeri sono ancor più elevati se consideriamo il bacino di potenziali visitatori (disoccupati e inattivi): 801 per operatore come media Italia, arrivando a sfiorare quota mille (sono 922) nel Mezzogiorno.
Appare così lampante come un po’ dovunque ci sia “scarsità” di forze in campo in quegli uffici pubblici che dovrebbero essere, come detto, il fulcro del reddito di cittadinanza. Risorse spesso concentrate sugli adempimenti burocratici piuttosto che sulla principale missione loro assegnata, che è quella di far trovare lavoro alle persone e che riesce per poco più del 3% dei disoccupati che bussano alle porte degli uffici pubblici.
Gli operatori in Italia sono poco meno di 8mila in oltre cinquecento strutture, uno zero virgola rispetto ai 110mila tedeschi, ai 45mila francesi e ai 60mila della Gran Bretagna. C’è quindi ben poco da stupirsi di fronte ai dati Eurostat che evidenziano come nel nostro paese, su 30 miliardi spesi l’anno per le politiche del lavoro, 22,3 vadano alle politiche passive (sussidi monetari a disoccupati e cassintegrati), circa 7 a quelle attive (compresi gli incentivi all’assunzione) e appena 700 milioni ai servizi per l’impiego. In pratica una spesa di poco più di 200 euro per disoccupato, mentre in Germania se ne ”investono” oltre 6mila, in Olanda 3mila e in Francia 1.800.

