Renault all’Ue: con queste regole sulla CO2 colpita l’industria europea
Dal 1 gennaio i nuovi limiti per le emissioni medie obbligano i produttori a vendere molti più veicoli elettrici o ad acquistare crediti di carbonio
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Renault ha lanciato un allarme sulle normative europee per le emissioni di CO2, sottolineando il rischio di un impatto negativo sull’industria automobilistica del continente. Dal 1 gennaio sono scattati i nuovi limiti per le emissioni medie delle flotte. Obbligano i produttori ad avere tra il 20% e il 24% di vendite in veicoli elettrici o a ricorrere al costoso acquisto di crediti di carbonio da leader del settore come Tesla. In sostanza, la CO2 resta quella, ma viene cancellata da un’operazione puramente contabile e di facciata. Che però pesa sui bilanci. «Senza una posizione chiara da parte della Commissione Europea, i produttori (europei, ndr) sono costretti a prendere decisioni controproducenti, come l’acquisto di crediti dai concorrenti e (oppure) potenziali tagli alla produzione. Questo porta all’indebolimento dell’industria europea», ha dichiarato un portavoce di Renault a Reuters. Finora non ci sono stati segnali di cambiamento di direzione da parte di Bruxelles, che non sembra voler rimettere in gioco quanto già deciso, almeno nel 2025, e che potrebbe costare alle case qualcosa come 16 miliardi di euro in sanzioni.
La casa della Losanga, tuttavia, critica il sistema del pooling, che consentirebbe di limitare i danni, compensando le emissioni attraverso l’acquisto di crediti. Renault lo considera, non a torto, un meccanismo che favorisce i concorrenti extraeuropei. In ogni caso sostiene di puntare al rispetto delle regole, ma di non essere in grado di decidere adesso se acquistare crediti. Stellantis, Toyota, Ford, Mazda e Subaru, invece, stanno già pianificando di mettere in comune le emissioni di anidride carbonica (CO2) con il produttore statunitense di veicoli elettrici Tesla, per stare nei termini. Fatto emerso da un documento dell’Unione europea presentato martedì 7 gennaio. Anche Volvo, Polestar e Smart, del gruppo cinese Geely, stanno pianificando di mettere in comune le proprie emissioni di carbonio con Mercedes-Benz (il 10% delle azioni sono in mano al presidente e fondatore di Geely, Li Shufu). La casa transalpina, guidata da Luca de Meo, ha pertanto espresso preoccupazione per le decisioni difficili che i produttori saranno costretti a prendere, come il taglio della produzione o l’acquisto di crediti da rivali diretti. L’azienda ha chiesto un intervento della Commissione Europea per chiarire le regole e tutelare la competitività delle imprese continentali.
Il sistema di pooling, infatti, porta vantaggi significativi a società come Tesla e il gruppo Geely, che generano profitti dalla vendita di crediti. Dal 2009, Tesla ha accumulato un totale di circa 9 miliardi di dollari dalla vendita di crediti normativi in vari mercati, inclusi Stati Uniti ed Europa. Nei primi nove mesi del 2024 ha incassato 3% del fatturato (2,16 miliardi di dollari) proprio grazie alla vendita di crediti di carbonio (venduti anche negli Stati Uniti a Ford e GM, in base alle normative CAFE, Corporate Average Fuel Economy). E quest’anno solo in Europa, secondo una analisi di Patrick Hummel , di Ubs, potrebbe rimpinguare le proprie casse con circa 1 miliardo. Geely, tramite Volvo, potrebbe incassare circa 300 milioni. Al contrario, produttori come Renault e Volkswagen dovrebbero vedersela con margini in calo e sfide per rispettare gli obiettivi di emissioni, rischiando un pesante impatto sull’utile operativo.
I produttori che desiderano unirsi al pool di Tesla hanno tempo fino al 5 febbraio per presentare la loro domanda, come risulta dal documento dell’Ue. I candidati devono firmare un accordo di non divulgazione. I produttori che desiderano aderire al pool Volvo-Mercedes sono soggetti a condizioni simili e hanno tempo fino al 7 febbraio per presentare la domanda.
Le case automobilistiche europee si trovano a un bivio: aumentare la produzione di veicoli elettrici anche in assenza di una domanda robusta, spesso a discapito della redditività; tagliare la produzione di auto con motore a combustione interna; oppure affrontare le temute sanzioni. Jens Gieseke, europarlamentare tedesco cristiano-democratico, ha criticato le scelte di Bruxelles: «I marchi europei devono scegliere se dare i soldi a Tesla o a case cinesi, invece di investire in innovazione locale». Renault spera in una revisione delle normative per proteggere la competitività europea, ma il tempo stringe e finora la Commissione non ha dato segnali di voler cambiare alcunché prima del 2026. Senza flessibilità, il rischio è l’indebolimento del settore, a danno dell’occupazione.

