Intelligenza artificiale

Riforme per proteggere e per sviluppare il digitale

Nel dibattito si deve premiare il diritto all’innovazione e i diritti digitali. Pena la marginalità culturale, economica e sociale dell’Europa

(Adobe Stock)

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Nelle ultime settimane è riesploso il dibattito su quanto e come regolare l’Intelligenza artificiale. Come per ogni rivoluzione tecnologica, dalla stampa all’energia elettrica fino alle “carrozze senza cavallo”, l’umanità si trova di fronte a un dilemma dalla radice primordiale: la paura e l’istinto di sopravvivenza con un maggior benessere. Lo stesso sta accadendo sotto i nostri occhi con l’irruzione dell’Ia. Paura e speranza dominano percezioni e azioni. Per giunta, l’impatto dell’Ia ha, rispetto alle precedenti innovazioni, aspetti inediti, sotto due profili: la fulmineità della sua evoluzione e la profondità esistenziale dell’impatto trasformativo, il modo in cui l’essere umano percepisce se stesso e il proprio rapporto con la realtà.

Non stupisce lo spaesamento e qualche paradosso. L’Ia abita ormai ogni dimensione pratica della nostra vita (dal navigatore della macchina agli strumenti diagnostici delle malattie rare) e però quando la affrontiamo sul piano teorico, filosofico e politico siamo paralizzati dalla preoccupazione e da un senso di allarme.

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Un fantasma si aggira per il mondo mentre ci cibiamo quotidianamente dei suoi frutti. Questo paradosso non è stato sciolto. Anche perché, in ogni epoca di trasformazione, si mettono all’opera non solo le forze del cambiamento, ma anche quelle che lucrano legittimazione alimentando paure.

Il dibattito sull’Ia non è neutro. Oscurantismo e isteria entusiastica lo inquinano, cosicché rischiamo errori colossali. Il tema è intrinsecamente politico. Riguarda il modo in cui vogliamo disegnare il nostro futuro. La definizione di un quadro regolatorio per l’Ia non è dunque solo roba da tecnici, ma il terreno di lotta intorno a questi fantasmi.

Il differenziale regolatorio tra il vecchio continente e il resto del mondo infiamma le discussioni. L’intervento del Vicepresidente americano Vance nel recente vertice di Parigi ha gettato un macigno nello stagno, avvertendo, ma anche minacciando, l’Europa sul rischio della propria marginalità tecnologica con effetti devastanti in termini di sviluppo economico e di sopravvivenza culturale. La risposta della Presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen si è limitata, per il momento, a lanciare la sfida di un Europa “leader” in tema di Ia.

Mario Draghi, sul «Financial Times», ha ripreso i temi del proprio noto Rapporto, denunciando gli “ostacoli regolatori” equivalenti a barriere tariffarie: la politica Ue sul digitale ha finito per ostacolare «la crescita delle imprese tecnologiche europee... I costi di conformità al Gdpr si stima che abbiano ridotto i profitti delle per le piccole imprese tecnologiche europee fino al 12%».

Ovviamente, posta così la questione, hanno gioco facile coloro che, in buona o in cattiva fede, soffiano sulle paure, complice la cupa ombra lunga dei fantasmi di cui parlavo. L’ansia di profitto sarà destinata sempre a perdere di fronte alla preoccupazione per i diritti che l’Ia minaccia di soffocare. La realtà, però, è che questo è un paradigma sbagliato. I rischi provocati dell’Ia minacciano certamente alcuni diritti, ma altri sono a rischio proprio per il motivo opposto: l’eccessivo freno al suo sviluppo.

Perché, come insegna la storia del costituzionalismo, la lotta per i diritti non è stata solo segnata dall’esigenza di proteggere, ma anche da quella di espandere lo sviluppo della personalità umana, come ricorda l’art. 3 della nostra Costituzione. E che l’Ia sia in grado di propiziare un’enorme potenzialità di benessere è fuori discussione in ogni settore della vita: dalla salute alla cultura, dall’inclusione sociale alla qualità del lavoro. Per questo, nell’equazione del dibattito devono avere sempre più cittadinanza il diritto all’innovazione e i diritti digitali. Pena la marginalità culturale, economica e sociale dell’Europa e dei suoi cittadini.

Il tema non può essere ideologicamente ridotto a una guerra tra i sanguinari del profitto e le vittime dello sfruttamento.

L’enormità della rivoluzione tecnologica di fronte a noi merita molta più consapevolezza e lungimiranza. E anche riforme della governance che, ad esempio, diano alle Autorità di garanzia gli strumenti e il ruolo che meritano non solo nel proteggere, ma anche nel promuovere, con un adeguato bilanciamento, i diritti. È necessario un nuovo paradigma nel dibattito pubblico, perché la posta in gioco è l’equilibrio di poteri e diritti. E nella lotta per il diritto, nessun pasto è gratis.

Professore ordinario di diritto costituzionale nell’Università di Roma Tor Vergata

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