Rinnovata energia da Tod’s, dove l’artigianalità diventa pura eleganza italiana
Da Moschino, Appiolaza rispetta l’identità del brand, tra sartorialità e irriverenza. Donatella Versace guarda alla miniera degli archivi, Missoni riparte da Caliri
di Angelo Flaccavento
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Distruzione e rinnovamento sono parte del ciclo della moda. Si abbatte il passato prossimo immaginando l’immediato futuro nel dialogo aperto con il passato remoto, e così in un circolo perpetuo di rimbalzi attraverso il tempo, cercando di afferrare il presente. È la stessa dinamica che Giacomo Leopardi cristallizzò nell’icastico e sempreverde “Dialogo de la moda e de la morte”: rinnovamento come distruzione, ma anche rinnovamento per annullare, solo per un istante, l’inevitabile corrompersi di tutto. È forse per questo che la modernità è una chimera: inafferrabile e sfuggente; potente perché nervosa.
Matteo Tamburini, il capace direttore creativo di Tod’s, è un modernista che rispetta il valore dell’artigianalità, quindi l’autore giusto per dare al marchio una espressione di classicità progressiva dal timbro italiano, un nuovo abbrivio che valorizzi senza stravolgere. Racconta Tamburini: «Il Pac (Padiglione d’Arte Contemporanea) di Milano, dove Tod’s torna a sfilare, è più di un semplice spazio espositivo: un simbolo di trasformazione e resilienza. Progettato da Ignazio Gardella negli anni ’50, incarna lo slancio dell’Italia del dopoguerra. Ma la sua storia – sottolinea il direttore creativo di Tod’s, marchio principale dell’omonimo gruppo – porta con sé anche un momento di distruzione: nel 1993, un bombardamento mafioso nei pressi di Villa Reale danneggiò gravemente l’edificio. Ricostruirlo non fu solo un progetto architettonico, ma un atto di resistenza culturale. Il Pac rinacque dalle sue fondamenta, riaffermando la sua identità e il suo posto nel mondo dell’arte contemporanea. Questo contrasto è un tema chiave della collezione».
Tamburini è troppo colto e troppo intelligente per essere letterale: guarda ad artisti italiani come Burri che, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, lavorarono sulla espressività della materia, per carpirne non i motivi - ossia la decorazione - quanto l’urgenza sperimentale, che condensa in silhouette grafiche, a matita, dalle superfici sempre mosse, tattili, vive. La tensione tra rigore ed eloquenza è risolta con ineffabile spirito di sintesi in una collezione asciutta ed elegante, insieme calma e agitata.
Da Sportmax il principio di base è pressoché il medesimo - dialogo metamorfico con il passato - ma oggetto dell’osservazione è la storia stessa del marchio, nato nel 1969, ovvero in un momento di forte cambiamento estetico e sociale, e originato dall’idea di avvicinare il mondo Max Mara al pubblico più giovane e sperticato. La prova non è antologica, ma corrente, e crea una lingua fatta di forme che si avviluppano, girano, intrecciano, sfaldano reiterando un metodo nel quale l’ordinario diventa straordinario.
Da Moschino, Adrian Appiolaza svela i ferri del mestiere, e partendo dall’abito manichino, che fu intuizione prima di Franco Moschino e poi di Martin Margiela, indaga modi per lasciare tracce del processo sul prodotto, dalle imbastiture alle giacche che si disciolgono in tessuti cimosati. Le gag e i bei pezzi non mancano, ma il tracciato vira presto in una direzione astratta e giapponese che è messaggio da modaioli sfegatati. Manca l’immediatezza irridente di Franco, che sarebbe una bella addizione.

