Riso: l’import sale a 216mila tonnellate, Madrid blocca gli arrivi dal Sud-Est asiatico
Lettera-appello della presidente dell’Ente risi alla filiera: le agevolazioni tariffarie Ue sono la causa di tutti i mali, servono misure a tutela dei produttori
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È un quadro di totale asimmetria etica, ambientale ed economica. Con i numeri che certificano il pressing dei prodotti asiatici e la drammatica evidenza di un 60% di risi che entra nell’Unione europea in totale esenzione di dazio. A riferirlo è la presidente dell’Ente nazionale risi (Enr), Natalia Bobba, nel rivolgere un appello a tutta la filiera.
«Bruxelles, in nome del libero mercato – scrive la presidente dell’Ente risi – ha spalancato le porte alle importazioni, rinnegando la sua stessa politica del passato che un tempo tutelava le nostre produzioni e garantiva la sicurezza alimentare comunitaria». La scorsa campagna, ormai alle spalle, è stata segnata da prezzi depressi nel pieno di una “tempesta perfetta”, con la concomitanza di dinamiche valutarie sfavorevoli, che hanno deprezzato il dollaro, di listini internazionali aiminimi e di costi dei noli marittimi stracciati. Oggi le condizioni si sono ribaltate. Il biglietto verde si è rafforzato, mentre noli e prezzi internazionali del riso di importazione si sono posizionati su livelli decisamente più elevati.
In questa delicata fase di apertura dei mercati, con quotazioni di base che destano preoccupazione, il settore agricolo – prosegue Bobba – si conferma in Italia e in Europa il più colpito. Guardando i numeri, balza all’occhio come nella scorsa campagna, rispetto a quella precedente, caratterizzata da prezzi di mercato per gli agricoltori già ai minimi, le importazioni in Italia siano passate da 189mila a 216mila tonnellate.
Nell’appello, che è anche un messaggio esplicito di “moral suasion” rivolto soprattutto agli operatori industriali, Bobba cita il caso spagnolo, paese in cui la più grande industria risiera nazionale ha dichiarato ufficialmente di voler dare un segnale forte di vicinanza agli agricoltori, impegnandosi a non acquistare per due anni prodotto proveniente da Cambogia e Myanmar, i due paesi che hanno messo maggiormente in difficoltà i produttori europei.
In questo contesto, il regime Spg (Sistema delle preferenze generalizzate) si sta confermando la causa di tutti i mali, lasciando l’Europa senza un vera clausola di salvaguardia chiesta a gran voce dai paesi produttori, ma negata nella sostanza da Bruxelles. «Serve un’unità d’intenti e uno sforzo comune da parte dell’intera filiera – conclude la presidente dell’Ente risi –. Ma serve, prima di ogni altra cosa, una quotazione di mercato che restituisca redditività alle aziende agricole».
