Microtruffe al telefono

Risparmio aggredito. «Papà ho perso il telefono». La carica delle microfrodi

L’ennesimo episodio di truffa tramite smartphone. Questa volta con un Iban di una carta prepagata e intestata falsamente al nominativo di un Vip

Unknown number displayed showing on smart mobile phone. Human use smartphone with incoming call from unknown number, spam, hacker, call center, crime,

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I punti chiave

  • Meccanismo sano
  • Il fronte legale

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Il caso segnalato dal lettore G.G. (che ci chiede di proteggere il suo anonimato) non si discosta da moltissime altre disavventure occorse ad altrettante vittime di frodi “telefoniche” segnalate a Plus24. Anche questa è stata condotta grazie a sistemi di messaggistica (in questo caso Whatsapp). Anche in questo caso la principale leva utilizzata è di natura affettiva: si allarma la vittima utilizzando un falso numero di telefono dal quale un congiunto lamenta lo smarrimento del proprio smartphone.

L’autostima vacilla

Si preme sulla necessità di risolvere il problema con particolare urgenza inducendo nel target uno stato ansioso, lo si pressa, mettendolo all’angolo, in una sorta di coazione ad agire. Gli si fornisce l’Iban di una carta prepagata e gli si sottopone la cifra una volta versata la quale il problema sarà risolto (in questo caso poco meno di duemila euro). La frode si consuma in un lasso di tempo assai breve. Ed è in un lasso di tempo altrettanto breve che il “bersaglio” della truffa realizza di esserne stata la vittima. «A questo punto pressoché inevitabilmente – spiega Paolo Legrenzi – professore emerito di psicologia comportamentale all’Università Cà Foscari di Venezia – si innesca un processo di autocolpevolizzazione della vittima della frode che può portare a una parziale caduta dell’autostima.

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Meccanismo sano

Sul tema faccio mie le parole del mio maestro Cesare Musatti, padre della psicoanalisi italiana, che usava dire che per superare un simile “trauma” occorre in quale modo “collettivizzarlo”. Non vi è altra strada che pensare che non si è soli e che in queste trappole sono cadute molte più persone di quanto non si creda –. E Legrenzi aggiunge – Paradossalmente va sottolineato che la truffa che va a bersaglio è un indicatore molto preciso di un meccanismo di reazione della vittima che è fondamentalmente sano: la solidarietà, l’altruismo, l’empatia e la spinta ad aiutare una persona in difficoltà (congiunto o meno che sia) sono indici precisi di un atteggiamento positivo: il fatto che tutto ciò venga sfruttato con un obiettivo fraudolento è un fatto se vogliamo secondario».

Il fronte legale

La situazione poi si sposta sul fronte legale: dal momento in cui la vittima si rivolge alla Polizia Postale per la denuncia, si viene a scoprire che l’Iban verso il quale è stata veicolata la somma sottratta corrisponde a una carta prepagata di un primario operatore nazionale, intestata a un nome di un Vip (palesemente un nome fasullo) verso il quale gli organi inquirenti avevano già individuato numerosi movimenti in entrata (si suppone proventi di altre frodi) e altrettanti in uscita. A questo punto la domanda è obbligata. Posto che il bonifico effettuato dalla vittima sia stato “istantaneo” e dunque non più revocabile, è pur vero che l’intermediario abbia il dovere di segnalare eventuali operazioni sospette all’Unità d’informazione Finanziaria e che un profilo di corresponsabilità o quanto meno di omesso o lacunoso controllo potrebbe essere rintracciato nel comportamento dell’operatore. Spiega Roberto De Vita, avvocato penalista: «

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