Rompiamo il silenzio, uomini e donne insieme
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di Monica D'Ascenzo
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«Mi sento in una situazione in cui vorrei che sparisse, vorrei non avere più contatti con lui». Giulia Cecchettin aveva raccontato alle amiche ciò che stava vivendo e ora l’audio, reso pubblico, fa rabbrividire ad ascoltarlo. Perché c’era la consapevolezza di una situazione non “normale”. A questo si aggiunge il fatto che la sera di sabato 11 novembre i carabinieri non inviarono una pattuglia a Vigonovo dopo l’allarme al 112 di un vicino dei Cecchettin su un litigio in corso in un parcheggio, il luogo dove ci fu la prima aggressione di Filippo Turetta. Al 112 il testimone (ore 23.18) disse di aver sentito urlare «mi fai male», e visto un uomo calciare una figura terra ma non riuscì a prendere la targa dell’auto. Alle 23.40 Giulia, nella zona industriale di Fossò, veniva spinta alle spalle e batteva la testa per terra.
L’assassinio di Giulia Cecchettin, avvenuto in un ambiente e fra ragazzi “normali”, così come le parole della sorella della vittima, Elena, hanno per la prima volta spinto tutti a un livello di consapevolezza mai toccato: le donne che con rabbia e determinazione stanno reagendo (tanto che le chiamate al 1522 sono raddoppiate passando da 200 a 400 al giorno) e gli uomini che stanno per la prima volta guardandosi allo specchio riconoscendo i loro privilegi e il potere, che, anche inconsapevolmente, esercitano nella quotidianità. Nel primo caso basta scorrere gli oltre 5.500 commenti al post della polizia di Stato, che testimoniano le risposte che si sono sentite dare le donne che hanno denunciato, per rendersi conto che non è più il tempo del silenzio: «Signorina è normale litigare», «Può esserselo fatta da sola quel livido, sembra una sportellata», «È troppo poco, finché non succede di più non possiamo fare nulla», «I panni sporchi si lavano in casa», «Non esiste l’abuso psicologico e per quello fisico non hai prove».
E gli uomini, tanti uomini, si stanno guardando dentro, come il direttore di Libertà di Piacenza, Gian Luca Rocco, che ha scritto un editoriale dal titolo «Maschilista anch’io e ora chiedo scusa». Oppure Luca Dini, direttore del magazine F, che ha lanciato un appello a firmare un manifesto contro la violenza sulle donne, raccolto da molti. Sono segnali di cambiamento, che si dovrà sostanziare nell’uscita dalle chat di Whatsapp sessiste, nel mancato sostegno a chi fa una battuta fuori luogo, nel non uso di determinati epiteti verso le donne, nel non fare catcalling verso una bella ragazza per strada. Ci vorrà tempo e sarà necessaria, come ha sollecitato Linda Laura Sabbadini ieri su Repubblica, una «sorellanza organizzata» a difesa di diritti universali dell’umanità, quelli delle donne che ancora troppo spesso vengono calpestati. Ora è il momento di tendersi la mano e unire le voci per rompere il silenzio. Donne e uomini insieme.


