Ronald Dworkin, la parabola dei talenti e l’effetto della sorte
Il filosofo del diritto analizza l'uguaglianza delle risorse e l'effetto della sorte nella distribuzione del benessere
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Quando si parla di uguaglianza non si può non completare il discorso definendo in maniera precisa di quale tipo di uguaglianza si sa parlando. Nelle ultime settimane abbiamo approfondito questo tema seguendo il filo del discorso elaborato dal filosofo del diritto Ronald Dworkin che in due importanti saggi del 1981, intitolati appunto “What is Equality?”, esplora il tema presentandolo sotto una luce particolarmente originale. La questione che Dworkin affronta è se una società giusta debba occuparsi di promuovere l’eguaglianza dei suoi cittadini rispetto al livello di benessere che questi sperimentano nella loro vita oppure, e questa è la soluzione preferita dal filosofo, ci si debba premunire di garantire l’uguaglianza rispetto all’accesso alle risorse, i mezzi, cioè attraverso i quali i è possibile procurarsi un certo livello di benessere. Nelle settimane scorse abbiamo analizzato i pro e i contro di queste due visioni del concetto di uguaglianza e assieme a Dworkin ci siamo persuasi del fatto che solo l’uguaglianza delle risorse riesce a soddisfare il nostro intuitivo desiderio di giustizia senza incorrere in inestricabili paradossi.
Una volta appurata la superiorità di una visione dell’uguaglianza incentrata sulle risorse i problemi non sono certamente terminati. Proviamo, infatti, ad immaginare una situazione nella quale tali risorse sono state distribuite in maniera eguale attraverso il meccanismo di asta che abbiamo analizzato nel Mind the Economy della settimana scorsa. Questo meccanismo porterà ad una distribuzione che possiamo definire “giusta” in quanto libera da invidia e da discrezionalità. Ma quanto durerà? È facile prevedere che tale situazione iniziale sarà del tutto transitoria. Con il passare del tempo, infatti, e il dispiegarsi degli effetti delle differenze individuali – maggiore talento, impegno, intraprendenza, creatività, etc. di qualcuno rispetto agli altri – la situazione muterà. Alcuni saranno in grado di far fruttare di più le risorse iniziali e qualcun altro meno. Con il passare del tempo si genereranno quindi delle differenze e in virtù di queste differenze ancora altre differenze e così via.
Siamo partiti da una situazione di uguaglianza giusta e siamo approdati ad una situazione di disuguaglianza. Ma ora occorre chiedersi se questo secondo stato del mondo caratterizzato da differenze nella distribuzione del reddito sia da considerarsi ingiusto oppure no. “Dipende”, risponde Dworkin. Per certi versi sì ma per altri invece no. Per comprendere questo punto sottile è necessario prendere in considerazione il ruolo della sorte che, in questo caso, deve essere intesa in due accezioni differenti. La prima è quella che Dworkin chiama “option luck”, la “sorte opzionale” per distinguerla dalla “brute luck”, la “sorte bruta”. Nel primo caso siamo nell’ambito delle scommesse, come quando “qualcuno guadagna o perde avendo accettato un rischio isolato – scrive Dworkin in Virtù Sovrana – rischio che avrebbe dovuto prevedere e che avrebbe potuto rifiutare”. La “sorte bruta”, invece, ha a che fare con manifestazioni del caso del tutto fuori controllo e che non si possono evitare attraverso una condotta prudente. Un conto è se compro delle azioni in borsa che mi fanno perdere o guadagnare, un altro conto è se vengo colpito da un fulmine la cui traiettoria non poteva essere prevista.
La differenza tra le due prospettive, a volte, è più sfumata di così. “Se una persona sviluppa un cancro nel corso di una vita normale – scrive Dworkin - (…) allora diremo che ha subito una sorte bruta. Ma se la stessa persona ha fumato a lungo in modo sistematico e smodato, allora preferiremo dire che la sua è stata una scommessa sfortunata”. Siamo in questo secondo caso nel regno della “sorte opzionale”. La questione importante a questo punto è capire se in una visione di giustizia che si rifà all’uguaglianza delle risorse le disuguaglianze che si determinano nella distribuzione dei redditi e delle opportunità a causa di eventi legati alla “fortuna opzionale” debbano essere considerate legittime.
Nella parabola dei talenti che leggiamo nel Vangelo di Matteo (25,14-30) si racconta di tre servi a cui il padrone affida i suoi beni: cinque monete al primo, due al secondo e solo una al terzo. I primi due si mettono nelle mani della “fortuna opzionale” e fanno abilmente fruttare quelle monete raddoppiandone il valore mentre il terzo, per paura di perdere anche quell’unica moneta, la sotterra. Al suo ritorno il padrone, dopo aver lodato e premiato i primi due servitori si rivolge al terzo con parole molto dure: “Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti”. I primi due servi hanno scelto un tipo di vita che prevede il rischio di una perdita così come la possibilità di un guadagno. Il terzo servo ha scelto un modello di vita sicuro, al riparo dal rischio. Le conseguenze che poi si manifestano a seguito delle diverse scelte - la differenza nella distribuzione delle monete - non possono non essere ritenuta giuste. La nuova distribuzione deriva, infatti, da una distribuzione iniziale che viene ritenuta giusta (il numero di monete nella parabola non è lo stesso per ogni servo, ma la sua logica si applicherebbe anche nel caso di una distribuzione iniziale perfettamente egualitaria) dalle scelte libere e consapevoli dei tre servi e dall’intervento della “fortuna opzionale”, i cui effetti, nel bene e nel male, erano stati presi in considerazione dai primi due servi. Lo stesso si sarebbe dovuto dire nel caso in cui uno o entrambi i servi intraprendenti avessero perso tutto e si fossero ritrovati poveri, in conseguenza dell’impiego rischioso del denaro.


