Mind the economy

Ronald Dworkin, il test dell’invidia e il banditore walrasiano

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L’uguaglianza del benessere è, secondo la classificazione che ne dà Ronald Dworkin, quella prospettiva che mira a determinare condizioni di uguaglianza tra tutti i cittadini rispetto al benessere che questi, soggettivamente, sperimentano. Ciò significa che una persona dallo stile di vita parco e morigerato avrà bisogno di meno risorse di una persona che ha alte aspettative ed uno stile di vita più flamboyant. Questo perché, date tali differenze individuali, il primo raggiungerà un certo livello di benessere attraverso poche risorse mentre ne serviranno maggiori affinché il secondo possa sperimentare il medesimo livello di benessere.

Abbiamo visto nel Mind the Economy della settimana scorsa come Dworkin in Virtù Sovrana (Feltrinelli, 2002) articoli la sua critica a questa visione dell’uguaglianza concludendo che nonostante il suo immediato appeal, essa appaia un’idea più debole di quanto si potesse inizialmente pensare e chiedendosi se l’alternativa, l’“uguaglianza delle risorse” sia in grado di superare tutte le difficoltà emerse. Questa seconda idea di uguaglianza originariamente proposta nei due articoli pubblicati nel 1981 su Philosophy & Public Affairs, fa riferimento al fatto che l’uguaglianza tra i cittadini non debba essere misurata con riferimento al loro livello di benessere che, come abbiamo visto, può variare in base a fattori soggettivi e del tutto arbitrati, quanto piuttosto attraverso un confronto delle risorse che le persone hanno a disposizione. Cosa poi questi decidano di fare con tali risorse e quale sia il livello di benessere che questi riusciranno ad ottenere attraverso di esse non dovrebbe essere una questione vincolante per nessuna etica pubblica.

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La discussione che Dworkin propone dell’“uguaglianza delle risorse” inizia provocatoriamente. Si afferma, infatti, e perentoriamente che l’uguaglianza ha bisogno del mercato. Tale posizione appare piuttosto controversa perché storicamente l’idea di una società mercato è sempre stata vista in opposizione all’ideale di uguaglianza. Il mercato, infatti, nonostante le molte definizioni che di esso sono state date, è stato invariabilmente considerato come un meccanismo attraverso il quale la disuguaglianza si afferma e si moltiplica in conseguenza della libertà e delle differenze individuali.

Il mercato percepito come il luogo dell’efficienza che ha come precondizione, in qualche modo, la rinuncia all’equità. Dworkin, sul punto, va controcorrente. Egli, al contrario, è convinto che “l’idea del mercato, come strumento per fissare i prezzi di una vasta gamma di beni e servizi, deve essere al centro di qualsiasi trattazione teorica interessante dell’uguaglianza delle risorse”. Per comprendere la ragione di questo apparente paradosso ci propone un semplice esperimento mentale. Immaginiamo che dopo un naufragio un certo numero di superstiti sia riuscito a raggiungere un’isola deserta. Per varie ragioni i naufraghi sono consapevoli del fatto che gli eventuali soccorsi non arriveranno prima di molti anni. Ma l’isola, per fortuna, è ricca di risorse che possono essere utilizzate per sopravvivere.

Dopo la soluzione delle prime situazioni di emergenze, la convivenza si stabilizza e sorge il problema di come procedere a dividere tali risorse tra tutti i sopravvissuti. Dopo lunghe discussioni i naufraghi pervengo ad un accordo: per valutare la bontà di ogni possibile distribuzione applicheranno il “test dell’invidia”. Nessuna allocazione delle risorse può essere considerata equa se, una volta implementata, anche solo un naufrago preferirà il paniere di risorse di qualcun altro al proprio. Ora, continua Dworkin, supponiamo che uno dei naufraghi venga incaricato di procedere alla divisione delle risorse in modo da rispettare tale criterio di assenza di invidia. La cosa non è banale perché le risorse non sono tutte esattamente divisibili per il numero di abitanti dell’isola e anche quando lo sono, come la terra coltivabile, per esempio, alcuni appezzamenti saranno pianeggianti e al altri più scoscesi; alcuni più vicini al villaggio mentre altri più lontani e così via. Immaginiamo però che dopo un certo numero di tentativi ed errori si riesca a pervenire ad una allocazione delle risorse sgombra da ogni pur minimo sentimento di invidia (envy free).

Potremmo dire che in questa allocazione tutti i naufraghi vengono trattati equamente? Secondo Dworkin non è questo il caso. Immaginiamo, continua il filosofo, che grazie al commercio con un’altra isola, il naufrago incaricato della divisione dei beni, abbia scambiato le risorse a disposizione nell’isola con uova e vino, che abbia predisposto combinazioni uguali di uova e vino e che le abbia distribuite a tutti gli altri isolani. Questa distribuzione certamente non suscita l’invidia di nessuno - tutti infatti hanno le stesse quantità di beni – ma gli abitanti dell’isola che sono astemi o allergici alle uova, con tutta probabilità, pur non invidiando i beni degli altri, non si sentiranno trattati in maniera equa. Gli esempi in tal senso potrebbero essere molti e meno bizzarri di questo. Ne emerge alla fine una situazione nella quale la semplice applicazione del test dell’invidia non può garantire l’uguaglianza di risorse. Una semplice divisione quantitativa di queste non è sufficiente, occorre occuparsi delle qualità. Ma nel momento in cui si inizia a discutere di qualità si introduce un altro problema, quello dell’arbitrarietà. Se si può trovare una divisione più complessa capace di superare il test dell’invidia, allora se ne potrebbero trovare molte differenti, così che la scelta di quella da implementare concretamente diventerebbe del tutto arbitraria.

Come superare queste difficoltà dunque? La proposta di Dworkin è quella di ricorrere ad un meccanismo di asta o a un qualche altro dispositivo di mercato similare. Supponiamo che l’incaricato della divisione consegni ad ogni isolano uno stesso numero di conchiglie che, pur non avendo nessun valore intrinseco, potranno essere utilizzate come “numerario” del valore dei beni e mezzo di scambio. Tutti i beni presenti sull’isola vengono classificati e divisi in lotti ai quali l’incaricato della divisione che ora sarà diventato il “banditore” attribuirà un valore iniziale. Occorrerà a questo punto procedere nell’asta con le offerte fino a quando i prezzi offerti saranno in grado di portare i mercati in equilibrio, quando ci sarà, cioè, un solo isolano disposto a pagare quel dato prezzo per quel particolare lotto, e questo per tutti i lotti messi all’asta. A questo punto, una volta acquistati tutti i lotti esiste ancora la possibilità che gli isolani si mettano d’accordo tra di loro per procedere attraverso scambi bilaterali per far passare beni ed eventualmente conchiglie di mano in mano.

Quando questo processo sarà terminato cosa avremmo ottenuto? Avremmo una distribuzione esente da invidia perché ognuno avrebbe potuto acquistare l’insieme di beni che, per ipotesi ora invidia, attraverso le sue conchiglie e se non lo ha fatto è perché in realtà non lo preferiva a ciò che di fatto ha acquistato. Inoltre, l’allocazione che si viene a determinare in questo modo non sarà affatto arbitraria perché sarà il risultato delle scelte consapevoli e volontarie di tutti gli abitanti dell’isola. Nessun astemio si ritroverebbe con il vino e nessun allergico alle uova con un paniere pieno di uova. Chi ha seguito un corso anche solo introduttivo di microeconomia avrà probabilmente riconosciuto lo schema dell’equilibrio walrasiano, dal nome di Léon Walras che per primo, nel 1874 formalizzò questo meccanismo riprendendo una precedente intuizione di John Stuart Mill. Nello schema walrasiano affinché il processo di aggiustamento dei mercati porti al cosiddetto “equilibrio economico generale” occorre introdurre la figura immaginaria del “banditore”, non più e né mano di quanto fa Dworkin nella sua parabola dell’isola. Il filosofo, del resto, già negli articoli dell 1981 fa esplicito riferimento ai lavori di Richard Foley, Hal Varian e alla Theory of Value del premio Nobel Gérard Debreu il quale, assieme a Kenneth Arrow, nel 1954 dimostra matematicamente l’esistenza di un tale equilibrio.

Si inizia a comprendere, quindi, la centralità del ruolo del mercato nel perseguimento dell’ “uguaglianza delle risorse”. Scrive Dworkin al riguardo “Il carattere mercantile dell’asta non è semplicemente un dispositivo comodo o ad hoc per risolvere i problemi tecnici che sorgono per l’uguaglianza delle risorse in esercizi molto semplici come il nostro caso dell’isola deserta. È una forma istituzionalizzata del processo di scoperta e adattamento che è al centro dell’etica di questo ideale. L’uguaglianza delle risorse presuppone che le risorse destinate alla vita di ogni persona siano uguali. Questo obiettivo ha bisogno di una metrica. L’asta propone ciò che il test dell’invidia di fatto presuppone, ovvero che la corretta misura delle risorse sociali dedicate alla vita di una persona si ottiene chiedendo quanto sia importante, di fatto, quella risorsa per gli altri”.

Ora naturalmente, risolti i problemi dell’assenza di invidia e della non arbitrarietà delle possibili divisioni delle risorse, sorge subito la questione di quanto l’isola dei naufraghi somigli alle nostre comunità di cittadini. Quanto è applicabile il meccanismo dell’asta nel contesto di una un’economia dinamica, caratterizzata dall’esistenza di un mercato del lavoro, del risparmio, degli investimenti e del commercio? Quale forma dovrebbe assumere questa asta in un contesto realistico se volessimo comunque pervenire ad un esito definito nei termini dell’uguaglianza delle risorse per ogni cittadino? È certamente possibile – afferma Dworkin - progettare un surrogato dell’asta, un’istituzione economica o politica in modo tale che gli stessi argomenti relativi all’equità che raccomandano l’utilizzo di un’asta, raccomandino anche l’utilizzo del suo surrogato. I mercati economici di molti Paesi – continua il filosofo - possono essere interpretati, anche nella loro forma attuale, come forme di aste non molto differenti da quella dell’isola dei naufraghi. Una volta sviluppato un modello soddisfacente di asta reale - per quanto possibile - potremo usare tale modello per testare queste istituzioni e riformarle in modo da renderle via via più aderenti al modello.

Ci sono naturalmente molti altri aspetti importanti che Dworkin considera nell’individuazione del “surrogato” istituzionale della sua asta e che discuteremo nelle prossime settimane. Hanno a che fare con il ruolo del lavoro, quello dei salari, l’effetto della disoccupazione involontaria e quello della sorte. Quest’ultimo fattore è di particolare importanza per la riflessione di Dworkin e lo sarà ancor più per tutti quei filosofi che dopo di lui si definiranno luck egalitarians, “egualitaristi della sorte”, appunto. Il problema che qui introduciamo e che affronteremo più estesamente la prossima settimana è il seguente: se l’asta funziona nel produrre allocazioni che sono non arbitrarie e libere dall’invidia, quanto è destinata a durare tale condizione? “Se, una volta conclusa l’asta – scrive Dworkin – i naufraghi vengono lasciati liberi di produrre e commerciare come vogliono, in breve tempo, il test dell’invidia fallirà”. Dopo poco tempo, infatti, le differenze individuali inizieranno a mostrare i loro effetti. Alcune persone saranno più abili di altre nel commerciare i loro beni; altri nell’usare le risorse a loro disposizione per produrre ancora altri beni da scambiare; alcuni saranno più volenterosi al lavoro mentre altri potrebbero volersi dedicare a lavori ritenuti meno utili e quindi meno remunerativi. Ma i problemi potrebbero sorgere non solo in conseguenza di questo tipo di differenze individuali. Qualcuno, sfortunatamente, si ammalerà e, magari anche solo per un certo periodo di tempo, sarà impossibilitato a lavorare. Arriveranno tempeste tropicali e i fiumi tracimeranno spazzando via il raccolto di alcuni ma non quello di altri. Qualcuno avrà dei figli mentre altri no. E dopo un po’ di tempo, dopo che queste e molte altre possibili evenienze avranno prodotto ulteriori differenze tra i naufraghi, l’invidia riapparirà.

L’uguaglianza delle risorse, dunque, appare come uno stato di cose necessariamente temporaneo. Ma è veramente così? Dworkin non è d’accordo perché c’è fortuna e fortuna e la comprensione della differenza tra le varie forme della sorte è indispensabile se vogliamo imparare a ridurne le conseguenze negative e in questo modo, individuare nell’uguaglianza delle risorse un ideale politico solido, duraturo e giusto.

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