L’intervista

Sacchi: «Connubio tra economia e arte, carta vincente per Milano»

di Giovanna Mancini

TOMMASO SACCHI (IMAGOECONOMICA)

3' min read

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A inizio gennaio il New York Times ha inserito Milano tra le 52 destinazioni imperdibili del 2025, confermando il crescente ruolo culturale e creativo del capoluogo lombardo nel panorama internazionale. Un ruolo a cui contribuiscono anche il Salone del Mobile e la Settimana del Design a esso collegata, come spiega l’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Tommaso Sacchi.

La manifestazione è cambiata negli ultimi anni, rafforzando il suo legame con la città?

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È un Salone sempre più attento anche ai fenomeni della cultura e dell’arte contemporanea, che si intrecciano al design. Vedo una positiva convergenza tra le dinamiche imprenditoriali, che accadono in fiera e interessano le tante imprese che vi partecipano per fare business, e una dimensione culturale molto importante, che attraversa diverse sfere della produzione artistica contemporanea.

Questa evoluzione del Salone funziona anche perché c’è una città in grado di sostenerla più di quanto potesse fare in passato: è cambiata anche Milano? 

Sì. Pensiamo all’installazione di Bob Wilson che inaugurerà il Salone, in dialogo con la Pietà Rondanini di Michelangelo al Castello Sforzesco: un omaggio alla luce, all’arte, alla spiritualità, ma anche alla città di Milano. Un momento storicamente rilevante, emblematico di qualcosa di nuovo e di importante, che può succedere proprio perché Milano stessa ha alzato un po’ l’asticella in tanti ambiti, compreso quello culturale. Cultura chiama cultura e cultura di qualità chiama cultura di qualità, perciò più sale il livello dell’offerta e più possiamo ambire a ospitare grandi artisti internazionali.

Oltre al Salone, ci sono altre manifestazioni o iniziative in cui troviamo questo connubio tra economia e cultura? 

Sicuramente Miart e l’Art Week, anche se, certamente, si tratta di un contesto dove è più facile e immediato stimolare la produzione culturale e la presenza artistica in città. Il Salone del Mobile e la sua interazione con il Fuorisalone, negli ultimi decenni, sono stati la madre di tutte le “settimane diffuse”, legate a eventi fieristici. Ci hanno insegnato che esiste un momento business che si svolge nei luoghi preposti, la Fiera, e parallelamente esistono contesti che danno vita a qualcosa di diverso, non in antitesi con quanto avviene in fiera, ma complementare, tanto da diventare importante quanto l’ambito commerciale originario. Questo ovviamente non può essere traslato in maniera automatica in tutti gli altri eventi fieristici di Milano, ma in alcuni sì. Un esempio sono appunto Miart e l’Art Week: siamo partiti da una fiera dedicata al commercio dell’arte, che si svolge all’interno di Fiera Milano, ma da anni lavoriamo, assieme a gallerie, musei e protagonisti del mondo dell’arte, per consolidare anche un palinsesto di eventi in città. Noi come amministrazione cerchiamo di incoraggiare proprio questa positiva alternanza tra momenti business e iniziative culturali.

Accade anche per la moda, altra eccellenza della città?

Sì: da una parte ci sono le sfilate e i buyer che trattano di affari, dall’altra parte c’è una città che risponde, che cerca di creare e costruire momenti culturalmente importanti che accompagnano e seguono questo metronomo dei grandi eventi di Milano.

Le istituzioni devono avere un ruolo di regia o rischiano di soffocare la spinta dal basso?

Il nostro compito è stimolare e coordinare gruppi che lavorino sulla qualità della proposta. È fondamentale assumersi la responsabilità non solo di organizzare qualcosa, ma anche di selezionare un’offerta culturalmente rilevante: non può esserci una frammentazione eccessiva né un “liberi tutti”.

Quindi continuerete a investire in questa direzione?

Assolutamente sì: credo moltissimo in questo binomio che unisce i grandi momenti della città a una cultura diffusa, accessibile a tutti e che possa essere visitata e goduta da tutta la popolazione.

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