Verso il Festival

Sanremo vale il 2,1% del mercato discografico

Il dossier Fimi ricostruisce l’economia della kermesse. Cresce il contributo Rai agli artisti in concorso. La polemica sugli autori

di Andrea Biondi e Francesco Prisco

Carlo Conti: "Sanremo non puo' fare a meno della Rai"

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Lo dicono i numeri snocciolati al mattino da Auditel che fotografano l’assenza di concorrenti veri in quella settimana: il Festival di Sanremo è un evento televisivo capace di monopolizzare l’attenzione nazionale per tutta la durata della kermesse. È quello, ma non è (più) solo quello.

Sanremo è sempre più centrale per le dinamiche della discografia italiana. Sono sempre i numeri a dirlo: negli ultimi cinque anni il contributo del Festival al mercato discografico nazionale è cresciuto del 163 per cento. Alla vigilia del ritorno all’Ariston di Carlo Conti per la quarta edizione da direttore artistico, a volume siamo al 2,1% contro lo 0,8% dell’edizione 2020. Detta con altre cifre: nell’ultimo quinquennio gli ascolti in streaming dei pezzi in gara sono cresciuti del 463% arrivando a sfiorare quota 2 miliardi, contro i 352,8 milioni del 2020. Sono numeri che arrivano dal dossier L’impatto di Sanremo sul mercato discografico realizzato da Fimi, la federazione delle major discografiche, e visionato in anteprima dal Sole 24 Ore.

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La kermesse si è avvicinata al mercato

Numeri che certificano il processo di riavvicinamento tra la kermesse - la cui 75esima edizione andrà in onda su Rai 1 dall’11 al 15 febbraio - e il settore della musica incisa, in atto dall’ultima edizione diretta da Claudio Baglioni e consolidatasi nelle cinque di Amadeus. Se consideriamo i valori economici, rispetto a un mercato discografico che da noi vale 440 milioni, i brani del festival valgono ormai l’1,7%, quando fino al 2020 sfioravano a fatica l’1 per cento.

Nel frattempo, mentre arriva notizia del ricorso Rai in Consiglio di Stato, in risposta alla recente sentenza del Tar Liguria che imporrebbe di mettere a gara l’organizzazione del Festival, che fra kermesse e mercato discografico il connubio si sia rinsaldato lo dimostra la circostanza che l’edizione 2025 sia quella con il maggior numero di dischi di platino (969) conquistati in carriera dagli artisti in gara.

Nell’età dello streaming il singolo è ormai il prodotto di punta e Sanremo asseconda il trend: i singoli in gara dall’edizione 2013 a quella 2024 hanno totalizzato 241 certificazioni di platino, con picco nell’edizione 2023 (47), ma anche nel 2022 (44) e nel 2024 (41). Fino al 2020 non si andava oltre i 17 platini certificati per edizione.

Nelle ultime quattro edizioni i singoli in gara a Sanremo hanno inoltre monopolizzato, nella settimana del Festival, le prime dieci posizioni della classifica Fimi GfK Top of the Music. In un mercato, quello italiano, in cui il repertorio «domestico» nel 2024 è arrivato a occupare l’84% delle posizioni in Top 100 album, contro il 69% del 2015.

«Sanremo resta una vetrina fondamentale per il settore – commenta il ceo di Fimi (Federazione che rappresenta le major musicali) Enzo Mazza – e il suo impatto ricade positivamente anche sui cataloghi degli artisti in gara, rivitalizzando vecchie hit fino a dare loro, in alcuni casi, un nuovo pubblico».

Warner Music la casa discografica più rappresentata

I big in gara, dopo il ritiro di Emis Killa per l’inchiesta ultras e salvo ulteriori sorprese da parte di Fedez, sono rimasti in 29. La casa discografica meglio rappresentata è Warner Music (9) che l’anno scorso all’Ariston si aggiudicò tutte e cinque le prime posizioni, seguita da Sony Music (8) e Universal Music (6), mentre gli indipendenti esprimono i rimanenti sei artisti.

Lato Rai, quest’anno crescono i rimborsi per gli artisti in gara: si sale a 62mila euro a big cui, nel caso dei gruppi, si sommano ulteriori 3mila euro per membro della band. L’anno scorso la cifra si aggirava sui 55mila euro, ma vanno comunque considerati rincari dei costi di vitto e alloggio che, rispetto alle edizioni passate, variano tra il 20 e il 25 per cento. Per la serata cover, Rai rimborsa ulteriori 3mila euro per l’ospite che diventano 5mila se a essere ospitato è un gruppo. Le case discografiche, per ciascun artista in gara, investono complessivamente dai 100mila ai 150mila euro.

La polemica sugli autori

In gara ci sono gli artisti ma ci sono anche gli autori: ha suscitato clamore, nelle ultime settimane, il fatto che il nome di 11 tra questi compaia tra i firmatari di più canzoni - dalle due alle sette a testa - apparendo in totale in 20 dei 30 brani originariamente in gara quest’anno. Così tanto clamore da portare il Codacons a fare esposto all’Antitrust. Secondo Claudio Buja, presidente di Universal Music Publishing, società editrice con nove autori in gara e una quota del 13% rispetto ai brani che concorrono, «le partecipazioni plurime non sono una novità nella storia del Festival: negli anni Cinquanta e Sessanta, per esempio, ricorrevano sempre i nomi di autori quali Panzeri, Rossi, Pace, Nisa, Beretta, con quote autorali ben superiori a quelle di oggi. Vito Pallavicini nel ’65 e nel ’66 firmava ben sette canzoni su 24 in gara nel ’65 e su 26 nel ’66, mentre Mogol, sempre nel 65, arrivava a cinque. Bisogna aggiungere che il direttore artistico del festival sceglie le canzoni proposte da casa discografica e artista ed è quest’ultimo a scegliersi l’autore. Più che di concentrazione sarebbe il caso di parlare di autori di successo o comunque funzionali al festival. Non parlerei di casta, anche considerando che gli autori in gara quest’anno sono complessivamente 95». Ma senza polemiche che Sanremo sarebbe?

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