Sanzioni alla Russia, effetti indesiderati: l’Italia importa più petrolio da Mosca
Importazioni quadruplicate a maggio, ma due terzi dei barili sono andati all’impianto Lukoil in Sicilia, gli altri a Trieste, da dove hanno proseguito via oleodotto: probabile destinazione la Germania, dove c’è una raffineria partecipata da Rosneft
di Sissi Bellomo
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L’Italia senza volerlo è diventata una delle principali destinazioni del petrolio russo in Europa, con importazioni di greggio che a maggio sarebbero addirittura quadruplicate rispetto a prima della guerra in Ucraina, a circa 450mila barili al giorno, livello che non toccavano dal 2013.
È un quadro imbarazzante quello dipinto dalle stime di Kpler. Ma gli acquisti in realtà sembrano essere stati pilotati quasi interamente da Mosca, per rifornire le raffinerie che tuttora controlla nel nostro Paese e non solo: parte delle importazioni “italiane” sono barili in transito, che con tutta probabilità hanno come destinazione finale la Germania.
Le stime sul balzo degli acquisti dalla Russia, riportate con risalto dal Financial Times, sono in contrasto con l’appoggio convinto del Governo Draghi all’embargo petrolifero proposto dalla Ue: è Budapest e non certo Roma a frenare sulla misura, provocando una situazione di stallo che si protrae da oltre due settimane. Non abbiamo nemmeno chiesto dilazioni, deroghe o finanziamenti per ridisegnare le nostre rotte di approvvigionamento.
Effetto collaterale
L’accelerazione degli acquisti è però avvenuta comunque, non contro le sanzioni, ma semmai come effetto collaterale di quelle già adottate. In generale le esportazioni petrolifere russe (greggio e prodotti) stanno tenendo meglio del previsto: ad aprile l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) si aspettava un calo, invece sono rimbalzate di 620mila barili al giorno, a 8,1 milioni, tornando ai livelli di gennaio-febbraio. La Cina e soprattutto l’India hanno comprato di più, ma la Ue è rimasta il primo mercato, anche se la sua quota è calata al 43% dal 50% di inizio anno.
Il caso Priolo
Il caso Italia illustra in modo impietoso le enormi difficoltà con cui l’Europa deve confrontarsi per superare la dipendenza da Mosca. Due terzi dei barili russi che stanno entrando nel nostro Paese, lo riconosce anche l’FT, sono diretti alla maxi-raffineria Isab di Priolo, nel siracusano, in cui si concentra addirittura un quinto della capacità italiana di produzione di carburanti.


